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INTERVISTA A MICHAEL COX

I dieci anni del processo di Barcellona, strategia dell’ Unione Europea per promuovere sicurezza, cultura e scambi economici nell’area euromediterranea, hanno portato l’attenzione sui Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
Tuttavia la crescente presenza degli Stati Uniti nello scenario mediorientale, pone oggi la necessità di interrogarsi sul futuro delle relazioni internazionali alla luce della sua azione e delle sue strategie.
La Fondazione Laboratorio Mediterraneo, recependo questa esigenza, ha intrapreso un dialogo a più voce tra esperti e studiosi di cui la città di Napoli è protagonista.
Ieri, alla Maison de la Méditerranée, si è svolto il sesto appuntamento del ciclo di conferenze "La politica internazionale nel Mediterraneo" organizzato dalla Fondazione e da Ansamed.
Michael Cox della London School of Economics ha parlato della"Grand Strategy Americana e la guerra globale contro il terrorismo" affrontando il tema del ruolo degli Stati Uniti nell’era di Bush.
Noto studioso di scienze internazionali o, come oggi si suole dichiarare, di politiche globali, ha dedicato la sua attenzione alle relazioni transatlantiche, agli effetti delle guerra nell’ Irlanda del Nord e più recentemente all’ Irak e al post- 11 settembre. Insomma un esperto con cui addentrarsi nei molteplici aspetti del ruolo dell’America in relazione alla politica Europea e al Mediterraneo e che in esclusiva a “Il Denaro” ha anticipato alcune considerazioni.
La conferenza fa parte dell’elenco ufficiale della Commissione europea per celebrare il 2005 “Anno del Mediterraneo e decennale del Partenariato euro-mediterraneo” ed è stata introdotta da Rafael Dochao-Moreno, responsabile della Commissione per il terzo volet del partenariato euro-mediterraneo.
In questa occasione è stato presentato il portale della Fondazione Laboratorio Mediterraneo dedicato al decennale del Partenariato euro-mediterraneo
www.euromed10.org

Gli accordi bilaterali e multilaterali,l’intensificarsi degli scambi, e la promozione di dialogo interculturale hanno costituito lo “zoccolo duro” della politica europea per il Mediterraneo. Improvvisamente, il Mare nostrum si accorge che non essere un “lago chiuso”, gli Stati Uniti, dall’Irak risultano sempre più vicini. In uno scenario mediorientale in lento e nascosto fermento, dove la presenza americana non agisce solo nel sostegno ad Israele comprendere la cornice relazionale in cui siamo inseriti richiede anzitutto un’analisi della realtà americana e del ruolo che il Paese si attribuisce.

Michael Cox: la nuova Roma sulle rive del Potomac, è stata con la sua vasta macchina militare, con le sue ingenti risorse materiali e la enorme fiducia in se stessa, la più grande potenza della terra. Talvolta, i problemi con la USRR e la Cina, e rivoluzioni e la lotta contro il comunismo, hanno turbato la pax americana, ma possiamo affermare che dal dopo guerra, nei primi vent’anni, gli Stati Uniti avevano il consenso di tutto il “mondo libero”. Con la guerra del Vietnam questo equilibrio imperiale si è rotto, l’America è diventata un Paese normale. Ma questa è una posizione dei pessimisti, in realtà l’America si è affacciata al terzo millennio in tutto il suo splendore, estendendo sempre più la propria sfera di influenza; L’attitudine imperiale di Bush non è più una sorpresa e non crea nemmeno indignazione.
Se analizziamo le forme di consenso utilizzate dall’impero britannico vediamo concessioni, compromessi e tolleranza rispetto al dissenso e a forme d’indipendenza locale. Per l’ America, in forma diversa, possiamo dire che solo quando si trasgredisce da un agire “ formalmente” democratico, quest’ ultima interviene per riaffermare chi veramente detiene il potere. Questo spiegherebbe il grande successo che ha riscosso negli anni il vivere sotto il suo ombrello comportando allo stesso tempo protezioni di vasto respiro e conseguenti vantaggi economici .

C.A.: la politica irakena sembra tuttavia mostrare un’azione americana ben più pervasiva. L’America nel nome della difesa della democrazia tradisce principi di autodeterminazione e libertà dei popoli.

Michael Cox: Oggi non sono solo i neo- con difensori della Dottrina di Bush a guardare all’America in un ottica imperiale. Bush ha attribuito a sé il compito di stabilire regole internazionali, minacciare, usare la forza e amministrare la giustizia. Definire tutto questo una politica unilaterale è troppo poco.


C.A: Come psicologa delle relazioni sociali, mi sembra del massimo interesse un approccio ai processi decisionali e alle strategie della politica a partire dalla percezione che un Paese ha di sé, del proprio, ruolo e del proprio potere.

Michael Cox: il potere, come dice Weber non è l’ autorità e un potere illimitato porta naturalmente alla sua corruzione e al logoramento di chi lo esercita. Questo è quanto è accaduto negli Stati Uniti negli ultimi anni. La posizione unipolare di Bush aveva creato scontenti che sono esplosi nell’ avvio della guerra Irakena. Mai come in questo caso l’ America si è avviata ad una guerra forte delle armi e con pochi alleati. Per la mentalità americana, cresciuta nel mito di essere una grande forza di liberazione e non mai di conquista, è molto difficile accettare che la politica in Irak sia nell’ interesse dell’ America e non per la liberazione dell’ Irak. Secondo alcuni gli Americani non avranno lo stomaco di continuare una simile battaglia e questo influenzerà la politica estera del Paese. Ciò non ridurrà il potere americano nel più ampio sistema internazionale, ma in ogni caso non ne può prevedere la sua riproduzione automatica, in tempi in cui le vecchie certezze dell’ economia cominciano a essere messe in crisi. Gli imperialisti di Washington non hanno pensato ad un tempo migliore per costruire il loro nuovo impero americano.

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