15/02/2008
Il nuovo spettro che fa paura all’Europa
di
Predrag Matvejevic
Il
Kosovo non è solo un problema: è un groviglio di componenti nazionali e politiche, storiche e statali. Le
trattative hanno dato scarsi risultati. I kosovari
vogliono l’indipendenza che la loro Assemblea sta per proclamare.
Gli
spazi balcanici sono disseminati dalle vestigia degli
imperi sopranazionali e dai resti dei nuovi Stati che li sostituirono; idee di
nazione che risalgono al XIX secolo e ideologie
internazionaliste prefabbricate dal “socialismo reale”; eredità di due Guerre
mondiali e di una Guerra fredda; vicissitudini dell’Europa dell’Est e
dell’Ovest; relazioni ambivalenti tra Paesi sviluppati e “in via di sviluppo”,
tra ; Est-Ovest e Nord-Sud, tra Unione europea e “l’altra Europa”. Tante
divisioni e faglie, materiali e spirituali, politiche, sociali, culturali.
Alcune parti di questo territorio recano marchi o ferite, inflitti sia dalla
storia che da un passato cui non è stato concesso di
diventare realmente storico. Ogni volontà di allargarsi a scapito dell’altro si
rivela in fin dei conti illusoria, o finisce nella
follia nazionalista: non c’è posto per una “grande Serbia”, una “Albania allargata”
chissà fino a dove, una Croazia comprendente
Alle
differenze etniche o nazionali si aggiungono divergenze immaginarie e
mitologiche. Ognuno pretende di avere radici più profonde
dell’altro, ragioni più convincenti per impadronirsi dei territori
vicini. La storia e il mito si confondono. La famosa balcanizzazione è legata a fatti non sempre visibili a occhio nudo. La maggior parte delle popolazioni di queste
regioni non ha conosciuto autentiche tradizioni laiche. Non si tratta soltanto
di una mancanza
di laicità rispetto alla fede: c’è un analogo atteggiamento verso un’idea
nazionale concepita in senso religioso e, al tempo stesso, di un’ideologia
praticata in quanto religione. Si può osservare la trasformazione di vari
aspetti della cultura nazionale in una ideologia della
nazione. Le energie, sia individuali sia collettive, si ritrovano così
assorbite dal nazionalismo. Non è soltanto nei Balcani
che la storia si scrive in primo luogo come storia nazionale. Nel corso dei
secoli, anche una sconfitta o una ferita possono
essere promosse al rango di “avvenimenti fondanti” o assumere proporzioni
smisurate nella coscienza o nell’immaginario. Il caso kosovo
può essere osservato proprio da questo punto di vista. Solo il passato
geologico della regione e la sua preistoria non pongono problemi: anticamente
il Kosovo era un grande
lago. Gli antenati degli Albanesi, degli Illiri o dei
Traci vi hanno abitato a cominciare dalla fine del
terzo millennio a.C.. Nel II
secolo, Tolomeo segnala, fra le montagne dell’antica Dardania
e della Macedonia, la presenza degli albanoi . Nel
VI-VII secolo d.C. gli Slavi (serbi) sono arrivati in questa regione, allora
percorsa anche dai valacchi (in
parte discendenti dei coloni romani) e da altre popolazioni nomadi. Nel
Medio Evo incontriamo il nome di Kosovo Polje che significa “campo dei merli” (campus turdorum). Tra il XII e il XV secolo questo spazio è diventato il cuore del regno
medioevale serbo: lo Stato di Rascia (Ras’ka – antico
nome della serbia), dopo aver conquistato alcune
terre bizantine, vi si insedia nel 1180. Lo zar Dušan,
detto “il Potente” (Silni),
stabilisce la sua residenza a Prizren. L’arcivescovo
e, in seguito, il patriarca si insediano anche loro nel
Kosovo, a Pec, e vi costruiscono il magnifico
monastero di Gracanica. Il re Stefano Uros II (1282-1321) si proclama “Re della Serbia, di Dioclea (l’odierno Montenegro), d’Albania e della costa”-
il che prova che gli albanesi vivevano nella stessa regione, mescolati agli
altri sudditi del regno. Questo è la situazione che precede la famosa battaglia
di Kosovo del 1389, nella quale i serbi subirono una
solenne disfatta contro la potente armata ottomana. I serbi furono costretti a una “Grande migrazione” (Velika seoba)
senza abbandonare del tutto la regione. Nel 1690 l’esercito austriaco
penetrò fino a Pec, distribuendo una proclama a
“serbi, albanesi, mesi, bulgari, illiri, macedoni e rasci” per invitarli a sollevarsi contro gli ottomani. In
questa vicenda i serbi ricoprono un ruolo importante, trascinati dal patriarca Arsenio
III Crnojevic. Gli insorti dovettero ripiegare ed
emigrare, beneficiando dell’esilio concesso loro da Leopoldo I nei suoi Stati.
Così il numero dei serbi nel Kosovo diminuì una volta
di più, e in maniera abbastanza consistente (le fonti parlano all’incirca di
70-80 mila fuggiaschi).
Nel
1903 il consolato austroungarico di Prizren, città storica del Kosovo,
effettua un censimento della popolazione, che risulta
composta per il 45 per cento da serbi e per il 55 da albanesi. Si tratta
probabilmente di una cifra approssimativa. In seguito alle guerre balcaniche, lo Stato serbo occupò la regione nel 1912 e,
dopo