LA REPUBBLICA

15/02/2008

 

Il nuovo spettro che fa paura all’Europa

di Predrag Matvejevic

 

Il Kosovo non è solo un problema: è un groviglio di componenti nazionali e politiche, storiche e statali. Le trattative hanno dato scarsi risultati. I kosovari vogliono l’indipendenza che la loro Assemblea sta per proclamare. La Serbia offre “più dell’autonomia, meno dell’indipendenza”, mantenendo il Kosovo all’interno dello Stato serbo. Una formula poco chiara o appositamente ambigua: offrire “più dell’autonomia” non vuole forse dire concedersi “l’indipendenza”? Il progetto Ahtissaari, che proponeva una “indipendenza sotto sorveglianza internazionale”, accompagnata da misure di tutela della minoranza serba in Kosovo, non è accettato da Belgrado. La Russia di Putin sostiene la Serbia, gli Stati Uniti e la maggior parte degli della Ue sono pronti a soddisfare la richiesta che viene dal 90 per cento della popolazione albanese kosovara. Questo dramma si svolge su una scena insanguinata da conflitti recenti. Una storia “di lunga durata” vi si accumula, creando nuovi focolai e riaccendendo i vecchi. Per questo è utile ricordare alcuni fatti storici, spesso ignorati o respinti.

Gli spazi balcanici sono disseminati dalle vestigia degli imperi sopranazionali e dai resti dei nuovi Stati che li sostituirono; idee di nazione che risalgono al XIX secolo e ideologie internazionaliste prefabbricate dal “socialismo reale”; eredità di due Guerre mondiali e di una Guerra fredda; vicissitudini dell’Europa dell’Est e dell’Ovest; relazioni ambivalenti tra Paesi sviluppati e “in via di sviluppo”, tra ; Est-Ovest e Nord-Sud, tra Unione europea e “l’altra Europa”. Tante divisioni e faglie, materiali e spirituali, politiche, sociali, culturali. Alcune parti di questo territorio recano marchi o ferite, inflitti sia dalla storia che da un passato cui non è stato concesso di diventare realmente storico. Ogni volontà di allargarsi a scapito dell’altro si rivela in fin dei conti illusoria, o finisce nella follia nazionalista: non c’è posto per una “grande Serbia”, una “Albania allargata” chissà fino a dove, una Croazia comprendente la Bosnia-Erzegovina o una Bulgaria che si appropri della Macedonia, e così via. La penisola è troppo ridotta per “grandezze” di questo genere. I giochi sono già fatti.

Alle differenze etniche o nazionali si aggiungono divergenze immaginarie e mitologiche. Ognuno pretende di avere radici più profonde dell’altro, ragioni più convincenti per impadronirsi dei territori vicini. La storia e il mito si confondono. La famosa balcanizzazione è legata a fatti non sempre visibili a occhio nudo. La maggior parte delle popolazioni di queste regioni non ha conosciuto autentiche tradizioni laiche. Non si tratta soltanto di una  mancanza di laicità rispetto alla fede: c’è un analogo atteggiamento verso un’idea nazionale concepita in senso religioso e, al tempo stesso, di un’ideologia praticata in quanto religione. Si può osservare la trasformazione di vari aspetti della cultura nazionale in una ideologia della nazione. Le energie, sia individuali sia collettive, si ritrovano così assorbite dal nazionalismo. Non è soltanto nei Balcani che la storia si scrive in primo luogo come storia nazionale. Nel corso dei secoli, anche una sconfitta o una ferita possono essere promosse al rango di “avvenimenti fondanti” o assumere proporzioni smisurate nella coscienza o nell’immaginario. Il caso kosovo può essere osservato proprio da questo punto di vista. Solo il passato geologico della regione e la sua preistoria non pongono problemi: anticamente il Kosovo era un grande lago. Gli antenati degli Albanesi, degli Illiri o dei Traci vi hanno abitato a cominciare dalla fine del terzo millennio a.C.. Nel II secolo, Tolomeo segnala, fra le montagne dell’antica Dardania e della Macedonia, la presenza degli albanoi . Nel VI-VII secolo d.C. gli Slavi (serbi) sono arrivati in questa regione, allora percorsa anche dai valacchi (in parte discendenti dei coloni romani) e da altre popolazioni nomadi. Nel Medio Evo incontriamo il nome di Kosovo Polje che significa “campo dei merli” (campus turdorum). Tra il XII e il XV secolo questo spazio è diventato il cuore del regno medioevale serbo: lo Stato di Rascia  (Ras’ka – antico nome della serbia), dopo aver conquistato alcune terre bizantine, vi si insedia nel 1180. Lo zar Dušan, detto “il Potente” (Silni), stabilisce la sua residenza a Prizren. L’arcivescovo e, in seguito, il patriarca si insediano anche loro nel Kosovo, a Pec, e vi costruiscono il magnifico monastero di Gracanica. Il re Stefano Uros II (1282-1321) si proclama “Re della Serbia, di Dioclea (l’odierno Montenegro), d’Albania e della costa”- il che prova che gli albanesi vivevano nella stessa regione, mescolati agli altri sudditi del regno. Questo è la situazione che precede la famosa battaglia di Kosovo del 1389, nella quale i serbi subirono una solenne disfatta contro la potente armata ottomana. I serbi furono costretti a una “Grande migrazione” (Velika seoba)  senza abbandonare del tutto la regione. Nel 1690 l’esercito austriaco penetrò fino a Pec, distribuendo una proclama a “serbi, albanesi, mesi, bulgari, illiri, macedoni e rasci” per invitarli a sollevarsi contro gli ottomani. In questa vicenda i serbi ricoprono un ruolo importante, trascinati dal patriarca Arsenio III Crnojevic. Gli insorti dovettero ripiegare ed emigrare, beneficiando dell’esilio concesso loro da Leopoldo I nei suoi Stati. Così il numero dei serbi nel Kosovo diminuì una volta di più, e in maniera abbastanza consistente (le fonti parlano all’incirca di 70-80 mila fuggiaschi).

Nel 1903 il consolato austroungarico di Prizren, città storica del Kosovo, effettua un censimento della popolazione, che risulta composta per il 45 per cento da serbi e per il 55 da albanesi. Si tratta probabilmente di una cifra approssimativa. In seguito alle guerre balcaniche, lo Stato serbo occupò la regione nel 1912 e, dopo la Prima Guerra Mondiale, attuò una riforma agraria togliendo ai proprietari turchi le terre e distribuendole ai nuovi colonizzatori serbi e montenegrini, a scapito degli abitanti albanesi. Nella letteratura “sociale” fra le due guerre mondiali, alcuni scrittori non solo albanesi (il serbo-montenegrino Radovan Zogovic) dipingevano il contadino kosovaro con parole di solidarietà. Dopo la Seconda guerra mondiale, il tasso di crescita – forse il più elevato in Europa – registrato dalla popolazione kosovara albanese, arricchita dal lavoro all’estero, spinse molti serbi del Kosovo a un lento e inesorabile esodo verso la Serbia centrale , la Vojvodina, ,la Bosnia o altrove: una “pulizia etnica”, involontaria ma efficace. Il Kosovo diventò sotto il regime di Tito una regione autonoma con diritto di vero nell’ Assemblea federale. Il livello di vita della Jugoslavia era molto più alto di quello dell’Albania di Enver Hoxha: non c’erano né volontà separatista kosovara né ambizioni d’union con l’Albania di allora. Morto Tito, già nel 1981, si svolsero a Pristina le prime manifestazioni studentesche, con accenti più autonomisti che separatisti. Abbiamo visto mille e più modi di vivere l’”identità post-comunista”; di porre e risolvere la sempiterna questione nazionale o di rivedere frontiere ritenute ingiuste o mal tracciate; di opporsi alla famosa “balcanizzazione”. Il discorso pronunciato da Milosevic   proprio nel Kosovo, nel 1987, conteneva già minacce di guerra nei confronti dei kosovari e incoraggiava i nazionalisti serbi. Nel 1999 vi fu una pulizia etnica di proporzioni inedite: centinaia di migliaia di kosovari perseguitati dalle milizie serbe fuggirono verso l’Albania, il Montenegro, l’Italia. Al loro ritorno, i kosovari cominciarono a vendicarsi su quella poca minoranza serba rimasta e ad attaccare alcuni antichi monasteri ortodossi, ferendo l’orgoglio nazionale dei serbi e perdendo gran parte della credibilità acquisita come nazionalità perseguitata. Così torniamo all’inizio di questa storia. La Serbia non può imporre il suo potere alla stragrande maggioranza kosovara. D’altra parte i leader kosovari non sembrano capaci di garantire la tutela della minoranza serba. Ma dall’area d’alza un altro spettro : la separazione dell’entità serbo-bosniaca dalla Bosnia attraverso un referendum. L’esempio potrebbe essere imitato da altri: baschi, curdi, ceceni, osseti, fiamminghi o valloni. Il modello del Kosovo fa paura agli Stati che vedono minacciata la propria unità.