AMMAN - "A Washington ho sentito qualcuno parlare di Iran, ancora Iran e sempre Iran. E
invece, io batto e ribatto sul tasto della Palestina: è il conflitto israelo-palestinese la più grave minaccia alla stabilità
della regione e del Mediterraneo. Su questo, le speranze all'inizio erano
grandissime. Ma ora vedo allontanarsi il traguardo".
Così parla re Abdallah di Giordania alla vigilia
della sua visita in Italia.
Il suo ragionamento raffredda ogni attesa di una rapida soluzione regionale,
secondo i piani pensati dal presidente Obama.
D'altronde il re si è già misurato in politica con Netanyahu
al principio del suo regno, nel '99, ed è schiettissimo: "Una prima
esperienza niente affatto gradevole. Ha coinciso con alcune delle crisi più
gravi fra Giordania e Israele. Sono passati dieci anni. In maggio, seduto su
questo stesso divano, il premier israeliano mi ha
fatte molte promesse: nessuna finora mantenuta".
Perciò, alla vigilia della visita di Stato di domani
in Italia, Abdallah II si cautela: "Verrò a
parlare con gli amici italiani. Solleciterò l'impegno del governo, come parte della Ue, nel processo di pace, la
collaborazione in vari megaprogetti in Giordania per un investimento di 20
miliardi di dollari in 10-15 anni".
E infatti eccolo il giovane monarca, capofila dei
moderati del mondo arabo, in prima linea nell'impegno per la pace. Erede della
dinastia Hashemita, è discendente diretto del Profeta
Maometto. In blazer blu, riceve la Repubblica nello studio di un bel palazzo
arabo in cima a un colle sopra la città.
Maestà,
dopo sette missioni dell'inviato speciale di Obama in Medio Oriente, America e Israele non sembrano
vicini a un'intesa. Lei è deluso?
"Sarò sincero: m'aspettavo di più, e in tempi più brevi. Il presidente Obama aveva chiesto subito di risolvere il conflitto israelo-palestinese. Credevo in una svolta decisiva già
all'inizio dell'estate, nell'avvio di un vero negoziato di pace all'Onu. Eppure, il nodo delle colonie
israeliane, illegali per la comunità internazionale, resta centrale. Tutti chiediamo un congelamento, anche temporaneo, giusto per far
decollare le trattative. Se Israele davvero crede
nella formula dei due Stati, sa bene che le colonie nelle terre palestinesi
diverrebbero proprietà palestinese. Fermarle sarebbe una prova della sua
sincerità. Infatti, la domanda oggi più ripetuta nel
mondo arabo è questa: Israele vuole davvero la pace?".
Il 26 ottobre saranno 15 anni dall'accordo fra Giordania e Israele. E' vera
pace?
"E' pace fredda; anzi, va raggelandosi sempre più. Prendete Gerusalemme:
il tentativo di modificarne l'assetto politico, l'usurpazione dell'area di
Gerusalemme Est, che è parte dei territori palestinesi occupati nel 1967. Non
si può cambiare la realtà sul terreno mentre è in
corso una trattativa di pace. L'ho detto a Netanyahu:
la questione di Gerusalemme, per la Giordania, è una linea rossa invalicabile. Tanto più con la storia della Moschea".
Ce la racconti.
"Perché accelerare gli scavi dei tunnel vicino
alla Moschea al-Aqsa, quando la documentazione
conferma il rischio di indebolirne le fondamenta? Bisogna capire la santità di
quei luoghi, quanto è esplosiva quella polveriera. E'
una provocazione, ecco il punto. E non soltanto nei confronti
dei musulmani: anche dei cristiani".
Cioè a dire, Maestà?
"Che il Regno Hashemita
è il guardiano anche dei luoghi cristiani. Ho ereditato da mio padre, Sua
Maestà Re Hussein, questa tremenda responsabilità.
Dobbiamo difenderli dall'usurpazione delle proprietà da parte del Municipio o
del governo israeliano. Eppure Gerusalemme dovrebbe
essere un simbolo d'armonia e pace fra le tre fedi monoteiste. Escluderne anche
una sola, sarebbe una catastrofe".
Netanyahu preferisce per ora una "pace
economica", invita il mondo arabo a investire.
Non le sembra una proposta accettabile?
"Non ha senso una pace economica se non c'è sicurezza politica per il
futuro dei palestinesi. Così, si continua ad aggirare il problema. Serve una
soluzione fondata sui due Stati, e questo noi stiamo aspettando".
La Giordania fa dei due Stati una questione di sicurezza nazionale. Perché?
"Perché senza quelli non ci saranno mai pace e
stabilità nell'intera regione. È la soluzione ideale per una pace complessiva
fra Israele e gli arabi e i musulmani".
E se si arrivasse a un solo Stato binazionale, come certi prospettano?
"Ne sento parlare da israeliani e palestinesi come unica alternativa se fallisse la formula dei due Stati. Però, i palestinesi meritano una propria nazione".
Si parla anche di delegare alla Giordania il controllo della
West Bank. E lei?
"È inaccettabile. Se Israele vuol fare della Giordania la Palestina,
significa trasferire qui i palestinesi della West Bank. Supponiamo, per pura ipotesi, che Israele ci riesca, sfidando la condanna del mondo. Beh, cos'avrebbe
risolto per il suo futuro? Un bel nulla: in poco tempo gli arabi israeliani, in
Israele, diverrebbero la metà della popolazione dello Stato ebraico. Israele si
troverebbe punto e a capo. Inoltre, gli arabi e i musulmani non l'accetteranno.
Serve una visione più ampia: la pace complessiva con 57 nazioni (ndr. Lega Araba e Conferenza islamica), cioè
un terzo del mondo, che oggi non riconoscono Israele".
E se non accadesse?
"Si rimarrebbe allo statu quo, piomberemmo in
tempi davvero bui, con le immaginabili conseguenze".
Quali?
"Che la finestra della speranza, fra breve, si
chiuderà. Entro la fine del 2010, se Israele non crederà nella soluzione dei
due Stati, svanirà la possibilità di un futuro Stato palestinese, per questioni
geografiche: i territori già sono frammentati in cantoni. E se voi e io dovessimo ritrovarci qui, a porci le stesse domande, temo
che la nostra generazione non vedrà la pace".
Allora, come intervenire?
"Spetta all'America e all'Europa farlo. Israele abbia il coraggio di
sedersi al tavolo coi palestinesi, con una fortissima
copertura del presidente Obama e il sostegno saldo
della Ue. Decida se integrarsi nel mondo
arabo-musulmano, o continuare a essere una fortezza,
con le calamità che ne derivano per lei e tutti noi. Per ora sta scavandosi una
fossa, sempre più profonda".
Però, resta l'ostacolo di Hamas, la frattura fra i palestinesi. Quanto pesano nelle prospettive di un accordo?
"Noi appoggiamo la riconciliazione fra Hamas e Fatah, promossa dall'Egitto. America ed Europa decidono da sé la loro politica. Riconoscano
però l'urgenza, il prezzo terribile che tutti pagheremo. Capiscano anche
che a Gaza sta consumandosi una catastrofe umanitaria, che l'assedio va
sbloccato al più presto".
L'Occidente ora sembra privilegiare il negoziato
con l'Iran. Per la prima volta in trent'anni,
Washington e Teheran si parlano. Può avere riverberi positivi sul Medio Oriente?
"E' uno sviluppo benvenuto. L'alternativa al
dialogo è il conflitto, e non ne serve uno con l'Iran, cosa che ci preoccupa
molto. Vediamo se i colloqui porteranno frutti. Teniamo le dita
incrociate".
Lei teme un Iran armato di atomica?
"Io mi batto contro la proliferazione nucleare nell'intera regione. Ma il problema è anche l'ambiguità attorno al nucleare. Il
potenziale atomico di ciascuna nazione dev'essere
dichiarato, allo scoperto".
Lei sta pensando a Israele?
"A Israele e a tutti gli altri Paesi. Anche la
Giordania ha optato per il nucleare, ma vogliamo porci
come esempio di assoluta trasparenza. Puntiamo su un programma a scopi civili,
per garantirci l'autosufficienza e per fornire energia alla regione".
Maestà, lei appartiene a una leva di giovani
leader; vuole risultati entro questa generazione. Ci riuscirà?
"Già, mi definiscono giovane; ma a 47 anni l'età avanza. Devo ricordarmi
che il 70 per cento del Paese ha meno della mia età. Ha diritto alla pace e
alla prosperità. Ecco, ho fretta. Il nostro futuro è adesso".
E' precipitoso anche il Nobel assegnato a Obama? O lo incoraggerà a
adoperarsi per la pace?
"Io mi sono congratulato con il presidente. Apprezziamo
il suo impegno per la diplomazia e la collaborazione fra i popoli. Attenzione,
però: i sentimenti positivi, suscitatati dalle sue
parole e dai suoi gesti, svaporeranno se la gente non vedrà presto risultati
concreti".