"IL DENARO"

3 agosto 2001

LA STRADA DEL MEDITERRANEO

di Franca Iovine

Il Mediterraneo, in questi ultimi tempi, compare quasi in ogni evento della nostra vita. Come mai?

Vi è stata un’attenzione così ossessiva nei confronti del Mediterraneo. Ogni momento della nostra esistenza pare possa essere collegato a questo nostro mare. Ma al di là dell’immagine e dell’utilizzo virtuale di questo mare – usato sempre come aggettivo, quasi mai come sostantivo – poco o nulla, nel recente passato, è stato fatto in termini di concretezza e progettualità.

E’ per questo motivo che lei, riunendo intorno a sé intellettuali, filosofi, uomini e donne di scienza e di cultura, architetti e rappresentanti delle istituzioni, ha deciso di creare la Fondazione Laboratorio Mediterraneo, dedicandole risorse personali ed energie professionali?

E’ proprio così. La Fondazione Laboratorio Mediterraneo si è finora caratterizzata per la serietà con cui ha affrontato le complesse tematiche legate al bacino mediterraneo, creando una rete operativa con le principali istituzioni dell’area, quali: università, Ong, enti, associazioni, istituti di cultura, Regioni, Province, città.

Di recente però si è parlato molto di Mediterraneo…

Il tema del Mediterraneo, in termini politici, economici, culturali, è un tema importante soprattutto da quando hanno avuto luogo a Barcellona, tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre del 1995, due eventi che mai si erano visti, perlomeno dall’epoca dell’Impero romano: la Conferenza euromediterranea e il Forum Civil Euromed.

Soprattutto il primo evento, che ha segnato la svolta del semestre spagnolo di presidenza dell’Unione europea, ha dato un’impronta fortemente mediterranea alla politica europea. Non è così?

Senza dubbio, questo è stato il primo passo. Alla Conferenza euromediterranea si riunirono ventisette Paesi, gli stati membri dell’Unione europea e i Paesi terzi mediterranei che hanno stipulato accordi con l’Unione, rappresentati dai rispettivi ministri degli Affari esteri o dai primi ministri. Come ho già detto un avvenimento come questo non si era mai verificato. Inoltre, precedentemente, la Spagna aveva già ottenuto che l’Unione europea destinasse per aiuti al Mediterraneo la cifra di 4.295 milioni di ecu che costituiscono i tre quarti degli aiuti che l’Unione europea destina ai Paesi dell’Est.

E’ un segno di un’inversione di tendenza?

Fino ad ora l’Unione – della quale la Germania rappresenta una parte fondamentale – si era sbilanciata fortemente per i Paesi dell’Est e si era quasi dimenticata del Mediterraneo.

Gli aiuti conseguiti dalla Spagna e la Conferenza euromediterranea hanno segnato quindi il semestre spagnolo di presidenza europea. A che cosa è dovuto questo rinnovato interesse della Spagna per la politica mediterranea? Rientra in quel fenomeno generale di cui parlava prima?

Bisogna sottolineare due cose a questo proposito. Innanzitutto che la Spagna, nel corso dei secoli, non ha mai avuto una politica estera di natura sussidiaria. Questo è avvenuto per problemi di orientamento, a causa del franchismo, e così via. Quando arrivò la democrazia, la Spagna cominciò a interessarsi a questi problemi, a parlare di europeismo: ma questa attenzione non si traduceva in concrete azioni politiche.

E poi che cosa è successo?

La svolta è avvenuta quando la Spagna cominciò ad assumere una posizione che non aveva più rivestito a partire dal diciassettesimo secolo: una posizione euromediterranea. Questo è un fatto molto importante.

Perché?

La Spagna soccombeva, in politica estera, a una retorica politica assolutamente inefficace fondata su due aspetti: la tradizionale amicizia con i paesi arabi che non esisteva realmente e che si basava su una serie di leggende senza alcun gancio con la realtà.

Qual è il secondo aspetto?

Il gemellaggio con i Paesi dell’America latina, di grandi parole e pochissimi fatti. Bisognava quindi definire quale fosse realmente la posizione della Spagna e il suo ruolo.

Ed è stato definito?

La Spagna si trova al Sud dell’Europa, in una posizione geografica strategica: è proprio questa posizione che deve caratterizzare la peculiarità del suo ruolo politico. Secondo, in ordine di importanza, è il rapporto con l’America latina perché la Spagna non sarà mai un’efficace piattaforma dell’America latina in Europa o perlomeno, non lo potrà essere fino a quando non rivestirà un ruolo specifico nella politica europea e mediterranea.

Però le cose sembrano essere cambiate negli ultimi tempi, non trova?

Si, soprattutto nel recente semestre spagnolo di presidenza europea. Il grande cambiamento ha a che vedere con la definitiva ubicazione della Spagna nella posizione euromediterranea che storicamente le appartiene. In questo contesto si sono svolti a Barcellona la Conferenza euromediterranea e poi il Forum Civil Euromed, organizzato dall’Istituto catalano di studi mediterranei (Icem) dietro suggerimento della Commissione europea, del ministero degli Affari esteri spagnolo e infine dell’Unesco: questi sono stati i grandi patrocinatori del Forum.

In che cosa consiste il Forum Civile Euromed e quali sono i suoi obiettivi?

Obiettivo primario del Forum è di incoraggiare la partecipazione della società civile al dibattito politico sul Mediterraneo. Uno dei problemi principali da affrontare era quello dello scetticismo generale, della scarsa fiducia che caratterizzava il rapporto della società civile con l’Unione europea. Si trattava di integrare la società civile in questo dibattito attraverso la partecipazione di imprenditori, uomini di scienza e così via. Per questa ragione hanno partecipato al Forum circa 1200 rappresentanti di trentaquattro Paesi, esperti del Mediterraneo originari dei Paesi dell’Unione, dei Paesi terzi mediterranei e addirittura degli Stati Uniti e della Russia. Questi 1.200 rappresentanti, alcuni come semplici osservatori, hanno partecipato ai lavori degli undici forum nella misura di cento rappresentanti per ciascun forum.

Che seguito ha avuto il Forum?

In autunno la Fondazione Laboratorio Mediterraneo e l’Institut Català d’Estudis Mediterranis pubblicheranno l’edizione in lingua italiana del libro "Verso un nuovo scenario di Associazione Euromediterranea". Alcuni interessanti studi saranno pubblicati sul Denaro.

Che importanza riveste il volume?

Redatto originariamente in lingua castigliana e catalana, il libro contiene una relazione completa degli avvenimenti del Forum ed è stato tradotto in francese, inglese, arabo e italiano. L’obiettivo è di organizzare convegni e presentazioni del libro in vari Paesi del Mediterraneo per promuovere il Forum affinchè questo venga istituzionalizzato come piattaforma permanente di dialogo e di comprensione.

Ci saranno altri appuntamenti del Forum?

Il Forum avrà luogo ogni due anni in un Paese diverso. Il prossimo incontro potrebbe svolgersi in una regione italiana sensibile a questo problema e capace di porsi come parte trainante della politica economica e culturale del Mediterraneo.

Sembra di capire che tra le due istituzioni – la Fondazione Laboratorio Mediterraneo e l’Institut Català d’Estudis Mediterranis – si sia instaurato un rapporto di collaborazione. Cosa che non sarebbe una novità per la Fondazione, vista la quantità di contatti che il suo istituto ha intrecciato a livello internazionale. E’ così?

Sì. La Fondazione Laboratorio Mediterraneo, che si è caratterizzata finora per la concretezza e l’entusiasmo con cui ha affrontato le complesse tematiche legate al bacino mediterraneo, ha creato una rete operativa con le principali istituzioni del Mediterraneo, sostenendo le proprie numerosissime attività esclusivamente con l’apporto dei soci fondatori.

Un impegno notevole…

Certo, e in tale contesto, è di considerevole importanza il protocollo permanente sottoscritto tra la Fondazione Laboratorio Mediterraneo – riconosciuta come principale istituzione italiana del movimento mediterraneista e tra le prime reti culturali europee per la sua esclusiva attenzione ai temi mediterranei – e la Catalogna, rappresentata dall’Institut Català d’Estudis Mediterranis. L’accordo prevede un programma comune di collaborazione sui temi concreti e l’adesione della Fondazione Laboratorio Mediterraneo al Forum Civil Euromed.

Crede che questo gemellaggio con la Spagna e il collegamento in rete con le diverse realtà del Mediterraneo sia una condizione sufficiente per raggiungere l’unità di questa area. E ancora, è possibile parlare di Unità mediterranea?

Con la Fondazione Laboratorio Mediterraneo e la notevole quantità di attività concretizzate, abbiamo realizzato un grande passo avanti per quanto concerne il riconoscimento del Mediterraneo come entità specifica e, a questo proposito, vorrei fissare alcuni principi di base. Io credo che il problema maggiore riferito al Mediterraneo è la nostra percezione del Mediterraneo, perché non esiste una "concettualizzazione topica" del Mediterraneo.

Si spieghi meglio.

Quando parliamo di "Europa" siamo tutti d’accordo su quello che questa parola significa. Non c’è nessun dubbio su che cosa sia l’Europa o l’Unione europea o l’America latina. Ma questi sono concetti. Appena li tentiamo di analizzare ci rendiamo conto che sono molto diversi fra loro. Quando parliamo di Unità mediterranea ci sovvengono gli stessi dubbi di quando ci mettiamo a esaminare il concetto di Unione europea: che cosa c’è in comune tra uno spagnolo e uno svedese? Molto poco. Il clima, le idee, il cibo, la rivoluzione, i costumi, la tradizione culturale, la lingua? Niente di tutto questo.

E allora?

Lo stesso vale per il resto dell’Europa. La Russia è europea, così come i norvegesi e i tedeschi. Che c’è in comune fra tedeschi e italiani che pure sono stati molto uniti al Nord Italia? Ciononostante, noi tutti crediamo che effettivamente l’Europa esiste, che esiste l’Unità e così via. Questo significa che, quando parliamo di Europa, la diversità non ci impedisce di capire il concetto di Unità e invece, quando parliamo del Mediterraneo, dimentichiamo la diversità e pretendiamo che il concetto di unità si formi attraverso quello di uniformità.

E’ necessario, quindi, partire da nuovi concetti per comprendere i fenomeni del nostro tempo. Questo rinnovamento si deve applicare anche nell’analisi dei conflitti che interessano la regione mediterranea?

Il Mediterraneo è pieno di conflitti: il Medio Oriente, il fondamentalismo, i Balcani, eccetera.

A questo proposito bisogna ricordare in primo luogo che la famosa Europa civilizzata e unita, in questo secolo ha scatenato le due guerre più terribili della storia e inoltre, con il fascismo e il nazismo ha sostenuto una serie di dittature senza precedenti. Parlando di Mediterraneo e di unità mediterranea dobbiamo allora fare attenzione; dobbiamo capire quello che sta accadendo nella culla della civiltà.

Lo faccia con un esempio.

Parliamo del fondamentalismo: è un fenomeno che effettivamente esiste, così come esistono le guerre, però anche in Spagna circa cinquant’anni fa la gente si uccideva per il fatto di essere a favore o contro. Voglio dire che prima di giudicare i processi storici in corso bisogna esaminare quelli passati e osservare i presenti come in uno specchio. Questo è il modo per rinnovare la concettualizzazione di cui parlavo prima. In secondo luogo, non esistono le posizioni fisse, le verità assolute. La guerra e la pace nel Mediterraneo, come nel resto del mondo, seguono un processo. La realtà è sequenziale: esistono le sequenze, non le permanenze.

Si riferisce all’idea di storia come stratificazione di eventi, piuttosto che alternanza di stasi e rivoluzioni?

In un certo senso. Forse, più che di stratificazione, mi piace parlare di consequenzialità. Dunque, bisogna fare un’osservazione di carattere generale sulla società e le sequenze e sulla loro complessità. Se adesso dovessimo chiederci quale è stato l’ultimo periodo della storia nel quale l’uomo si è sentito più realizzato, dovremmo rifarci al Rinascimento: epoca del genio, dell’uomo come centro e misura dell’universo, della grande pittura italiana, dell’invenzione della stampa. Sono ottant’anni di grande ricchezza.

Eppure il Rinascimento fu un secolo di guerre implacabili…

Sì è l’epoca del grande conflitto ispano-turco. Dunque, i fatti sono sempre complessi. Non possiamo applicare una verità semplice per la comprensione del Mediterraneo.

Questa osservazione si può applicare anche al conflitto in Medio Oriente?

Il processo di pace in Medio Oriente si stabilizzo quando si ebbero due elezioni importanti: una in Algeria e un’altra in Palestina. E in questi due paesi, dove il problema del fondamentalismo riveste un’importanza cruciale, l’80 per cento dell’elettorato votò per la normalità e per la pace, senza temere gli integralisti che uccidevano la gente per deviare il corso delle elezioni. Questo vuol dire, a livello generale, che nel processo di pace, nella "sequenza" di accadimenti che a questo processo appartiene, esistono sia elementi a favore che elementi contro.

E nei Balcani che cosa è accaduto?

Qui il grave problema risale all’Impero romano che è nato 450 anni più tardi; poi c’è stata una dittatura comunista che non ha risolto alcunchè. E allora abbiamo una zona storicamente fustigata da conflitti di religione cristiano-musulmani, da lotte nazionaliste, dove non c’è mai stata un’integrazione e dove continua a perdurare un vecchio problema.

Tornando al Medio Oriente…

Bisogna vedere bene cosa è accaduto in questi ultimi tempi. Ci sono state le elezioni in Palestina dove l’85 per cento della popolazione ha votato per Arafat che rappresentava l’intesa e la moderazione. E inoltre, per esempio a Gaza, che è una delle aree più popolose e più disastrate del mondo, si è raggiunta una rendita pro capite di mille dollari quando in Egitto ammonta a 55 dollari. E Israele ha avuto una crescita economica pari al 7 per cento. Insomma, la gente ha capito che l’accordo avrebbe portato al progresso e alla pace. Un accordo basato sulla pluralità che mette insieme le diversità perché l’unità nasca dalla diversità, non dall’uniformità. Questo è molto importante: perché un palestinese ha gli stessi diritti all’esistenza giuridica, politica e religiosa di un israeliano.

Pare di capire che lei non condivida l’opinione della stampa sul fatto che si sia verificato un regresso nel processo di pace dopo le ultime elezioni in Medio Oriente. E’ così?

Io non credo che questo regresso si sia verificato, né che si verificherà. Consideriamo che l’elettorato, che appoggiava per il 70 per cento Isaac Rabin e poi Simon Perez, alla fine ha abbandonato per il 19 per cento Perez e si è rivolto ad altre possibilità. Vale a dire che non sono cambiate le idee della gente, è cambiato soltanto il loro voto. Da cinque o sei giorni le vette del potere politico arabo hanno un atteggiamento molto moderato perché hanno capito che nel processo di pace il radicalismo è l’unico espediente che non può assolutamente funzionare.

Per concludere, che cosa è realmente per lei – che ne è un grande appassionato e un profondo conoscitore – il Mediterraneo?

Credo che bisogna partire dal paesaggio, dalla struttura geografica e orografica dello spazio che stiamo considerando. Il Mediterraneo è uno spazio infinitamente piccolo: rappresenta il 3 per cento dell’Oceano Atlantico e l’1 per cento dell’Oceano Pacifico. E’ un nulla. E questo luogo tanto piccolo ha delle caratteristiche singolari. Innanzitutto è accidentato, soprattutto nel versante Nord, con laghi, montagne, barriere. Poi ha un clima nel quale confluiscono tre grandi correnti: il clima umido dell’Atlantico, il clima caldo del Sahara e il clima più freddo delle pianure continentali asiatiche ed europee. La mescolanza di questi elementi genera un clima molto temperato e molto differenziato, dando origine a quattro stagioni primarie e otto stagioni intermedie, con un grande numero di microvariazioni climatiche in tempi brevi che non sono mai estreme.

E il clima ha influenzato la tipologia della crescita…

Da questa condizione ambientale deriva la grande produzione agricola del Mediterraneo, quantitativamente e qualitativamente molto varia. Questo fatto così semplice ha fatto in modo che da sempre si siano proiettati sul Mediterraneo moltissimi popoli diversi che hanno dato luogo a molte civiltà con religione, tradizioni e costumi diversi. Nonostante le lotte che questa convivenza fra le genti mediterranee ha provocato, il fatto importante è che il Mediterraneo, territorio accidentato è stato e continua ad essere un luogo di incontro di molte civiltà. Ebbene, ciò che distingue una civiltà è la sua capacità di essere creativa, capacità che può nascere da un processo omogeneo e autosufficiente ma difficilmente un tale processo è continuativo.

Da qui nasce il genio mediterraneo?

Il Mediterraneo è il ricettacolo di una quantità maggiore di fatti artistici, di processi di civiltà e così via. E’ dall’incontro e dallo scontro fra le civiltà che si genera la capacità creativa. E’ dalla dialettica con i popoli vicini che si è prodotto il cosiddetto "genio" mediterraneo. Ed è per questo stesso scontro dialettico che il Mediterraneo è la culla dell’uomo, dove per la prima volta è l’uomo il centro di tutte le cose, non più l’imperatore o il dio. La letteratura, la filosofia, la medicina, l’arte greca sono una testimonianza pregnante di questo. E se analizziamo il processo seguito dalla civiltà greca – la prima a teorizzare e praticare l’antropocentrismo – ritorniamo al concetto di pluralità. Perché la Grecia è stata unita solo per un breve periodo sotto Alessandro Magno. La Grecia era divisa in molte città-stato, e questa pluralità fu la ragione della sua prosperità. Non è un caso se la stessa pluralità si ripete nell’Italia rinascimentale.

Ma c’è un rischio disordine…

La pluralità – ci tengo a ribadirlo – non significa disordine ma costituisce una grande ricchezza. E’ dunque questo il contributo che il Mediterraneo può e deve portare all’Europa nel nuovo millennio.

In questo senso, la collaborazione tra Italia e Spagna rappresenterebbe il primo incastro riuscito di questo mosaico delle pluralità?

La Spagna e l’Italia hanno un ruolo primario per l’attivazione di questo processo: la Spagna, in particolare la Catalogna e l’Institut Català d’Estudis Mediterranis, da otto anni hanno capito l’indispensabilità di questo processo. L’Italia, grazie al nuovo impulso del ministero degli Affari esteri, ha intrapreso questo cammino non facile.

Come si colloca in questo percorso la Fondazione che lei presiede?

La Fondazione Laboratorio Mediterraneo, con la sua rete internazionale e attraverso la stretta collaborazione con l’Institut Català d’Estudis Mediterranis, vuole costituire l’interfaccia e il punto di collegamento della società civile e del potere politico, per dedicare le dovute attenzioni al mare che circonda il nostro Paese.

E’ un obiettivo ambizioso

E’ un percorso difficile ma attuabile con l’aiuto di uomini di buona volontà e di politici lungimiranti, consapevoli della necessità di dedicarsi, in questo momento, al "bene comune" con continuità e competenza attiva.