"SEGNALIBRO"
9 febbraio 1996
"Mediterraneo": un libro per Sarajevo
Nella collana "Cultura e attualità" della fondazione "Laboratorio Mediterraneo" v’è un libro da segnalare. È il quinto della serie, ha per titoli "Quale Mediterraneo, quale Europa". Poco più di ottanta pagine, il volumetto edito a Napoli è suddiviso in due parti. Nella prima, l’architetto e studioso di chiara fama Michele Capasso sviluppa, in un saggio di ampio respiro, la trattazione dei temi cruciali dell’Europa "reale", focalizzandoli in relazione ai destini e all’identità dell’Europa mediterranea ed incardinandoli nel ruolo complementare ma necessario di quest’ultima, attraverso la riscoperta e la valorizzazione della sua complessa unità/eterogeneità, specie in vista dei destini dell’unificazione europea del dopo Maastricht.
Fin qui, il breve volume di Capasso non si discosta dai requisiti propri della letteratura in materia, non fosse altro (e non è certo poco) che per l’estrema lucidità storico-politica della trattazione della materia e per la chiara percezione di sfondo che un europeismo in versione "Framania" sarebbe, come dire, un europeismo zoppo, e in parte acefalo.
Ma Capasso non si limita a questo. V’è il desiderio di far riflettere il lettore, di depositarlo dai tracciati cerimoniali e banali del problema "Mediterraneo-Europa", di far comprendere che le sue stesse riflessioni, per quanto generali, affondano salde radici in un passato remoto e vicino ma, soprattutto, fatto di specificità e di fonti, di ricerche sul campo e di un patrimonio spesso indesiderato di studi e ricerche (che si preferiscono sepolte in archivio...). Un desiderio, è il caso di dirlo nobilmente socratico, dal momento che spinge l’autore a pubblicare in appendice, per ben quaranta pagine, un testo davvero importante. "Negli archivi familiari di un giovane combattente del 1915-1918 – spiega Capasso – ho trovato questo documento che testimonia una situazione simile a quella odierna accaduta in quegli anni nella ex Jugoslavia. Ritengo utile riportarlo come esempio nel modo in cui la memoria collettiva perde facilmente le tracce delle proprie atrocità".
Così finalmente rivede le stampe, questa volta a Napoli, lo studio di R.A. Reiss, apparso nel lontano 1915 a Parigi, che ha per titolo: "Come gli Austro-Ungheresi hanno fatto la guerra in Serbia. Osservazioni di un neutrale". Quando il testo vide le stampe, Reiss era professore all’Università di Losanna. Oggi che appare nella traduzione di Antonio Rosa, ci prende tutti un po’ di sprovvista, reduci come siamo da fiumare di retorica solidaristica, che schiacciano il passato sul presente per finire con l’offuscare il vero passato, mescolando in modo non sempre chiaro le carte del vero presente sul tavolo da gioco degli interventi umanitari.
Lo studio di Reiss è implacabile. Si va dal’uso delle pallottole esplosive al bombardamento di città aperte e alla distruzione di case. Dalle stragi di soldati prigionieri o feriti alle stragi dei non combattenti attraverso le deposizioni dei prigionieri austro-ungheresi. Vi sono alcune significative relazioni ufficiali di ufficiali serbi, l testimonianze dei non combattenti, i risultati (agghiaccianti) dell’inchiesta personale di Reiss, le considerazioni analitiche si saccheggi e la distruzione di beni mobili nonché sulle cause della atrocità austro-ungheresi. Lo studio è corredato di foto terrificanti, di grafici statistici eloquenti, e persino di note e menzioni in lingua originale. La sua lettura attesta senza mezzi termini che oggi, in quelle terre, non c’è nulla di nuovo sotto il sole.
Un ultimo particolare, non irrilevante, è che l’opera viene pubblicata senza fini di lucro dalla fondazione "Laboratorio Mediterraneo", nelle Edizioni Magma. Il ricavato sarà infatti destinato alla ricostruzione della Biblioteca nazionale di Sarajevo e del Vecchio Ponte di Mostar. Ennesima prova che è possibile conciliare cultura e sostegno umanitario in un modo, però, ben diverso dal solito.