L’EUROPA NON ABBANDONI I BALCANI
Di Michele Capasso
Skopje, 11 maggio 2001. I membri della sede della nostra Fondazione a Skopje quasi ogni giorni ci lanciano gridi allarmanti: "Siamo sull’orlo dello stato di guerra, è una pentola che può esplodere da un momento all’altro". E ricordano quanto più volte affermato e cioè che l’Europa è una mula indocile con tre sonagli: la penisola iberica, l’Italia e i Balcani.
In questo clima ci prepariamo a svolgere la conferenza "Balcani, un nuovo millennio: cultura, politica ed economia insieme per la pace ed il progresso condiviso", prevista a Skopje il 25 e 26 maggio 2001 e con Predrag Matvejevic’ e Nullo Minissi prepariamo l’agenda dei lavori ed un testo di riferimento che sarà oggetto delle conclusioni finali.
La carattersitica del panorama balcanico sta proprio nella sua instabilità e nelle contraddizioni che, invece di essere eliminate, il più delle volte vengono potenziate.
Tenteremo un itinerario per esaminare lo sciagurato scenario che, da tempo, è fonte di preoccupazioni per l’Europa e, in generale, per l’Occidente.
Cominciamo dalla Romania. Esposta da varie parti - ad Est, verso la Moldavia, dove il confine è nazionalmente indeterminato, e all’Ovest, in Transilvania, dove risiede una nutrita minoranza ungherese - ha subito una dopo l’altra due dittature: dapprima quella fascista e poi la comunista di stampo stalinista.
La sorte della Bulgaria, passata da una monarchia retrograda a una repubblica di tipo sovietico, è stata in qualche modo simile a quella della Romania: ha subito il fardello dei rapporti difficili con la comunità etnica turca e tentativi, quasi sempre infelici, di risolvere la questione di quella comunità con sistemi violenti, fino al "trasloco umanitario", usando una definizione del defunto presidente croato Tudjman sulla pulizia etnica. Alla stregua dei Serbi e dei Montenegrini, i Bulgari guardano sempre in direzione della Russia, spesso invocandone l’aiuto e l’appoggio. È un‘inclinazione fondamentalmente pura, e mi riferisco non soltanto agli ortodossi della Slavia meridionale, ma anche ai Croati, agli Sloveni, ai Bosniaci, che hanno sempre guardato con fiducia alla Russia specialmente nei periodi difficili della nostra storia. E’ difficile dire come questi legami potevano fruttare di più date le circostanze.
Veniamo ora alla Grecia. La sua storia più recente è delineata con poca chiarezza dalla Conferenza di Yalta ed è stata contraddistinta dalle conseguenze della Resistenza e del collaborazionismo nella seconda guerra mondiale, da un tentativo di rivoluzione comunista e dal colpo di stato fascista dei colonnelli. Anche per la Grecia, poi, sono insorte questioni di confini, e non soltanto a Cipro, accompagnate da un senso di frustazione, di sconfitta, al quale la memoria greca del passato dà un’impronta particolare.
Sotto il fardello di troppe disgrazie, esposta alle pressioni sulle sue regioni litoranee, posta ai margini del continente, divisa in vari modi e perfino dalle diverse tradizioni tribali, l’Albania è rimasta a lungo isolata dal resto del mondo ed oppressa da una delle più brutali dittature che il mondo abbia conosciuto.
La parte turca dei Balcani, la Rumelia, ha vissuto ai margini del proprio Stato la sorte di un impero finito in frantumi, esposta da una parte ai terremoti balcanici e dall’altra alle convulsioni della parte maggiore posta al di la del Bosforo, dove a lungo si sono alternate la volontà della tirannia e il disiderio della democrazia.
In tali situazioni gli eventi restano incompiuti o subiscono interruzioni; creano un passato anch’esso incompiuto e parziale, privo di forme che si prestino ad essere determinate o raffrontate. Lo scorrere informe del tempo non può essere facilmente armonizzato con i criteri della storia. Nei febbrili tentativi di raggiungere comunque una qualche corrispondenza, vengono scritte storie che non sono tali, fondate su fonti insicure e incontrollabili. Una tale operazione viene poi giustificata col fatto che parti delle singole storie sono state indotte quasi sempre dalla storia altrui, da quella prodotta da altri, più forti e più influenti.
I punti di vista sui Balcani sono condizionati, fra l’altro, dalle suddette circostanze. Vengono considerati una regione in cui sono presenti al massimo grado l’Oriente e le usanze orientali oppure dove l’Islam e il dominio ottomano hanno lasciato le tracce più evidenti. Però spesso si dimenticano molte altre demarcazioni, geografiche e storiche nel più stretto senso della parola.
Nei paesi ai margini della Mitteleuropa si suole attribuire un carattere balcanico a quasi tutti i contrassegni bizantini; si trascura la circostanza che quelle caratteristiche sono presenti, soprattutto nell’architettura e nelle arti figurative, anche in Istria (Basilica eufrasiana di Parenzo) e sulla costa occidentale dell’Adriatico (Venezia, Ravenna, ecc.). Nella stessa Grecia ci imbattiamo in particolari opinioni sul conto della penisola balcanica, considerata uno spazio originale, diverso dalle regioni vicine, che ad onta delle devastazioni portate da stranieri, ha conservato le sue forme antiche, alle quali l’ortodossia cristiana ha impresso la propria impronta.
In Bulgaria incontriamo una certa adesione ai Balcani ma a condizione che il concetto venga depurato dall’Islam e dalle tracce turche. La medesima cosa va detta per la Romania, dove parte degli intellettuali di orientamento romanzo si rassegna al concetto balcanico mettendoci una certa dose di ironia.
Nella parte occidentale della penisola balcanica si devono fare i conti con i nazionalismi di tipo cattolico-clericale, che avversano contemporaneamente l’ortodossia cristiana e l’islam, e manifestano l’inclinazione alla "fuga dai Balcani". Ciò non gli impedisce di vantare il primato dei loro ducati, principati e reami, fondati guarda caso proprio dall’altra parte dei confini balcanici e parabalcanici. I nazionalisti di religione ortodossa - come del resto i cattolici - esaltano il ruolo da essi avuto in passato nella difesa dell’Europa contro il pericolo islamico, ruolo che gli è servito come pretesto, nella recente guerra, per un regolamento dei conti con il popolo slavo-musulmano di Bosnia, con il quale condividono le comuni radici.
Questi malintesi presenti nella steassa area balcanica si trasferiscono e vengono gonfiati al di fuori dei suoi confini reali o inventati.
L’eccessiva esaltazione del più prossimo ambiente occidentale, che non sempre riesce a nascondere un certo disprezzo verso i "primitivi vicini balcanici", difficilmente può resistere a un serio esame critico.
Il nuovo governo italiano dovrà tener conto dei Balcani per riaffermare il ruolo centrale dell’Italia, tra Europa e Mediterraneo.