"La Repubblica"
10 marzo 1995
In guerra col passato
di Franco Marcoaldi
Roma – Dopo Marrakech e Istanbul, la nostra capitale non evocherà certo scenari altrettanto esotici. Ma era in qualche modo inevitabile che concludessimo qui questa breve indagine sul Mediterraneo. Vero è che le vicende politiche interne – condite dall’incubo dei mille riverberi televisivi – paiono occupare ormai in modo ossessivo e claustrofobico ogni nostra energia e attenzione. Eppure basterà dare un’occhiata alla cartina geografica, per capire come i primi ad interessarsi delle sorti del mare nostrum, alla fin fine, dovremmo essere proprio noi.
Qualche volenteroso cittadino, del resto, se ne sta rendendo conto. Come l’ingegnere napoletano Michele Capasso, che ha da poco fondato in quel di Napoli un Laboratorio Mediterraneo, a capo del quale ha chiamato uno dei massimi esperti dell’argomento, Predrag Matvejevic’; saggista croato che risiede attualmente a Roma, dove insegna Letteratura comparata.
Matvejevic’, tra l’altro, ci darà anche l’opportunità di affrontare la situazione più drammatica, tra le tante che presenta oggi il nostro mare: appunto quella della ex Jugoslavia, da dove è appena tornato. Riportandone l’impressione di un paese talmente rassegnato, da ravvisare paradossalmente proprio in questo stato d’animo l’unica, flebile speranza rimasta. "Anche nelle prime linee c’è una grande stanchezza. Dunque sarebbe il momento buono per un segnale energico e chiaro dell’Europa contro tutti gli aggressori. A Sarajevo come a Mostar".
Ora però, anche se quanti tornano da quei luoghi continuano a ricordarci che l’ex Jugoslavia è il laboratorio di un futuro possibile per l’intero continente, perché dal virus che lì ha preso piede nessuno è vaccinato. Se continuano a dirci che in quel paese si sta infrangendo un sogno europeo per eccellenza: quello di una società multietnica, multireligiosa e multilinguistica. Ecco, anche se tutto questo è vero, è nondimeno vera l’abulica impotenza dell’opinione pubblica europea, figlia evidentemente del totale naufragio politico della comunità internazionale. E’ figlia pure delle iniziali difficoltà a rintracciare facilmente nel conflitto i "buoni" e i "cattivi". (anche perché se i "buoni" sono musulmani, si sa quanta fatica facciamo a parteggiar per loro).
Risultato: si è preferito spesso abbandonare ogni desiderio di comprensione. E si è risolto il tutto richiamandosi a una propensione storica dei popoli balcanici per questo genere di massacri.
Ci scuseranno dunque quanti conoscono già la vicenda per filo e per segno, ma vorremmo approfittare della presenza di Matvejevic’ per tornare ancora una volta sulle ragioni storiche, religiose, geografiche di questo conflitto.
"Cominciamo col dire che questo paese si colloca nel punto più delicato del Mediterraneo. Proprio qui lo scisma cristiano ha spaccato la costa adriatica. Non possiamo dimenticare che serbi e montenegrini sono ortodossi, che croati e sloveni sono cattolici, e che in questo spazio di frattura si è inserita una enclave musulmana. E poi, questa spaccatura non era soltanto religiosa, era anche culturale: da una parte Roma, dall’altra Bisanzio.
"Seconda ragione: per lunghi secoli questo è stato l’estremo baluardo dell’Europa contro l’impero ottomano. Se i turchi non hanno mai preso Venezia o Trieste, è perché si sono scontrati contro questo corpo. Molto forte, ma che ha pagato cinque secoli di oscurantismo interiorizzando questo male.
"Terza ed ultima ragione: questa è una guerra di memoria. Che rimanda all’arrivo degli ustascia addestrati da Mussolini a Lipari, i quali massacrano qualche centinaio di migliaia di serbi in quanto ortodossi. Dopodiché è la volta dei nemici serbi, che prima uccidono decine di migliaia di musulmani, e poi compiono la loro vendetta contro tanti croati che nulla avevano a che fare con i crimini degli ustascia.
Ebbene di tutto questo è rimasta nella popolazione una memoria tragica, che molti di noi ingenuamente, credevano si fosse assorbita. Mentre invece è esplosa, grazie ad alcuni elementi incidentali. Come la comparsa sulla scena di un paranoico – ahimé molto capace – come Milosevic".
Trovo ammirevole la calma e la precisione con cui Matvejevic’ ripercorre gli orrori di questa vicenda. Con cui cerca – senza pregiudizi di sorta – le ragioni che hanno portato a questo conflitto. E in un tempo in cui (particolarmente in Italia), "intellettuale" è diventato il peggiore degli epiteti, verrebbe invece voglia di tracciarne il più sperticato degli elogi, a fronte della cinica real-politik degli Stati e della follia nazionalista che ammalia tanti popoli: "l’intellettuale deve schierarsi dalla parte delle vittime. Sempre e comunque. Deve mettere l’umanità al di sopra della nazionalità. Perché, certo, il rispetto della differenza è una delle conquiste più importanti del nostro tempo. Dunque lo è anche il diritto alla cultura nazionale. Ma questa spesso si trasforma in ideologia della nazione. E da qui alla purezza nazionale, e poi alla purezza etnica, il passo è davvero brevissimo".
Naturalmente il discorso non vale soltanto per l’ex Jugoslavia, ma per tutto il bacino mediterraneo, su cui si tiene in questi giorni a Barcellona un convegno internazionale a cui partecipano tutti i sindaci del mare nostrum. Intenzionati ad aggirare la sonnolenza degli Stati di appartenenza con rapporti bilaterali diretti. Come nel caso di Marsiglia e Tunisi.
"Le stesse frontiere del Mediterraneo, del resto, non sono statali. Né politiche. Rimandano piuttosto a un modo di vita comune. Oppure, secondo una vecchia teoria fitologica, alle piante che lo abitano. Ci sarebbe Mediterraneo fino a dove cresce l’ulivo. E altri aggiungono, fino a dove crescono melograno, mandorlo e fico. Laddove il fico non frutta più, il melograno è acido e il mandorlo amaro, lì non è più Mediterraneo".
Forse sarebbe meglio non parlar di sapori. Perché quanto a acido e amaro, oggi il nostro mare ne è pieno. Le fratture sembrano prevalere sulle convergenze. E si diffonde un atteggiamento che sta tra il frustrato e il nostalgico.
E però proprio di questo atteggiamento bisognerebbe liberarsi. "Non v’è dubbio. La patria dei miti ha sofferto per mitologie che essa stessa ha generato. La tendenza a confondere la rappresentazione della realtà stessa è tutt’altro che scomparsa. La retrospettiva continua a prevalere sulla prospettiva".
"Insomma, c’è una verità sgradevole con cui dobbiamo fare i conti: il Mediterraneo ha affrontato la modernità con ritardo, e la laicità non ha vissuto lungo tutti i suoi bordi. Questo grande anfiteatro ha recitato per troppo tempo lo stesso repertorio, al punto che spesso i gesti dei suoi attori sono già conosciuti e prevedibili. Le forme narrative e politiche inventate dallo spirito mediterraneo sono state usate per molto tempo, e ora sembrano logore. Ma questa è solo una ragione in più per non lasciarsi sopraffare dal pessimismo storico che sembra essere arrivato sulle nostre rive, e che assomiglia all’angoscia repressa dei grandi navigatori quando si dirigevano verso spiagge sconosciute.
"Sa, poco tempo dopo che gli fosse assegnato il Nobel, Ivo Andric mi regalò una copia del suo romanzo, con una dedica tratta da Leonardo: "da Oriente a Occidente, in ogni punto è divisione". Ci ho pensato spesso durante i miei peripli mediterranei. E ora quella domanda ritorna: potremo fermare o impedire nuove divisioni in ogni punto, da Oriente a Occidente?". Forse soltanto con uno scatto di immaginazione; quello cui invita Bruno Etienne quando scrive: è arrivato il momento di riconoscere che il Nord e il Sud, l’Oriente e l’Occidente, si incrociano dentro ognuno di noi.