14 aprile 2002
di E.F.
Gerusalemme – “Cadaveri abbandonati a decomporsi ovunque fra le case distrutte dai carri armati o dai razzi degli elicotteri”: questa la scena descritta ieri sera da un giornalista dell’agenzia Reuter, riuscito a entrare nel campo profughi di Jenin, secondo i palestinesi teatro di un massacro che Israele continua però a negare. Il mistero su cosa sia veramente accaduto nella città della Cisgiordania suscita un crescente allarme internazionale, al punto che anche il segretario di Stato americano Colin Powell ha espresso ieri “preoccupazione” al riguardo; e intanto, in Israele, provoca l’intervento della Corte Suprema. Il più alto organo giudiziario nazionale ha ordinato alle forze armate di sospendere la sepoltura dei cadaveri dei Palestinesi, prendendo tempo per esaminare più a fondo il caso. A provocare la decisione è il ricorso di due deputati arabo-israeliani, Ahamed Tibi e Mohammed Baraké, secondo i quali il governo cerca di coprire “il massacro di centinaia di civili”: i parlamentari accusano i militari di volere occultare le prove, facendo sparire i corpi delle vittime in “fosse comuni” o schiacciandoli sotto i bulldozer, che avrebbero già spianato “il 30 per cento del campo”. Per questo, sostengono, il campo profughi è chiuso dai soldati e l’accesso rimane vietato alla stampa, alla Croce Rossa e a gruppi per la difesa dei diritti umani, anche se i combattimenti sono cessati da giorni.
L’esercito smentisce tutto. “E’ vergognosa propaganda, non abbiamo sepolto o nascosto nessuno – dice il colonnello Gail Hirsch – il campo rimane chiuso solo perché siamo impegnati a ripulirlo da esplosivi, mine, trappole lasciate dai guerriglieri”. Ma vari movimenti per i diritti umani contestano questa versione. Ad esempio l’associazione Law, un gruppo non governativo di avvocati palestinesi, riferisce testimonianze di “esecuzioni di combattenti che volevano arrendersi”, di “corpi nelle strade, e all’interno di abitazioni, schiacciati dai bulldozer”, di “enormi fosse scavati dai soldati all’interno del campo.
Su Jenin si profila chiaramente una grande battaglia mediatica: con gli israeliani impegnati a smentire le voci di massacro e i palestinesi impegnati a dimostrare che si è trattato di “una nuova Sabra e Chatila”, i campi profughi di Beirut in cui furono trucidati millecinquecento civili durante l’invasione israeliana del Libano nel 1982. l’esercito che a Jenin ci sono stati circa “250 morti, per la maggioranza militanti armati”. I palestinesi parlano invece di “almeno 500 morti, per metà donne e bambini, sepolti in una fossa comune” (l’accusa è del ministro dell’Informazione Abed Rabbo), ed il numero totale di vittime assai più alto.
Arafat ha già chiesto una commissione d’inchiesta delle Nazioni Uniti o di altri organismi internazionali. La prima indagine spetterà tuttavia alla Corte Suprema israeliana, uno sviluppo che ha provocato subito aspre polemiche nello Stato ebraico. Il leader di un partito di estrema destra, Avigdor Lieberman afferma che Aharon Barak, il presidente dell’alta corte, “merita di essere destituito, perché con la sua decisione si schiera dalla parte del nemico”. Fortunatamente l’indipendenza della magistratura è uno dei cardini della democrazia israeliana; e paradossalmente fu proprio un ex presidente della Corte Suprema a dirigere la commissione d’inchiesta governativa sui fatti di Sabra e Chatila, che riconobbe la “responsabilità indiretta” di Ariel Sharon nella strage, costringendolo a dimettersi da ministro della Difesa.