“LA REPUBBLICA”

14 aprile 2002

 

Nessun vincitore per una vera pace

 

di Massimo Salvatori

 

La tragedia israelo-palestinese ha assunto tali dimensioni e una tale drammaticità da sconvolgere come una piaga vera e propria, le corde più profonde della coscienza di noi tutti. E ciò avviene perché percepiamo che essa pone in gioco interessi e valori fondamentali da cui non possiamo prescindere. Per questo la questione mediorientale è diventata letteralmente una questione universale. Al punto che l’identità di ciascuno si caratterizza anche a seconda di come si vive, soffre e giudica il dramma di israeliani e palestinesi. Sennonché di fronte a una simile tragedia il rischio più grave è che si rafforzi un dominante meccanismo di solidarietà emotive e accentuatamente partigiane.

La solidarietà del tipo di quelle contro cui levò la sua protesta Romain Rolland durante la prima guerra mondiale, le quali esigevano che ci si schierasse senza compromessi per una delle parti in lotta: un meccanismo implacabilmente riprodottosi più volte dopo di allora e la cui mai smentita logica è l’insegnare ad amare gli uni odiando gli altri.

Orbene, a mio avviso, se qualcosa la ragione richiede nel  momento attuale, è il rifiuto più energico di scegliere tra l’Israele di Sharon e i Palestinesi di Arafat. E ciò perché appare evidente che una scelta unilaterale a favore dell’una o dell’altra parte vuol dire schierarsi contro il superamento di due strategie parimenti fallimentari. Quali che siano infatti le responsabilità di questi due leader e comunque le si giudichi, il dato di fatto da cui non si può prescindere è che entrambe le loro linee hanno portato ad uno scontro senza via d’uscita in direzione della pace. L’argomento dei sostenitori di Arafat, secondo cui egli non va soggettivamente considerato il responsabile della criminale ondata di terrorismo scatenata contro innocenti vittime israeliane, risulta in se molto debole, in quanto ciò che conta è il dato oggettivo che l’autorità Palestinese da lui rappresentata, se pure ha inteso farlo, non è stata in grado di impedire ripetute stragi di gente inerme.

D’altro canto l’argomento dei difensori di Sharon, in base al quale la sua politica di occupazione militare dei territori palestinesi costituisce null’altro che l’azione resa necessaria per sconfiggere il terrorismo ed esprime tout court il diritto di autodifesa di Israele, tace che la politica di Sharon – capovolgendo l’impostazione che era stata di Rabin – persegue sì la sacrosanta difesa della sicurezza di Israele, ma lo fa per mezzo del ferro e del fuoco e avendo come scopo, se non la negazione in via di principio del diritto dei Palestinesi ad avere un proprio Stato, certamente la formazione di uno Stato Palestinese ridotto ad una sorta di protettorato israeliano.

Non si può scegliere oggi tra chi manda ragazzi imbottiti di esplosivo a morire e far morire e chi ha ordinato ai soldati israeliani di fare di Jenin quella che molto probabilmente risulterà una seconda Sabra e Shatila. Occorre contemporaneamente negare la propria solidarietà sia a Sharon che ad Arafat; e prendere atto che essi potranno anche forse essere, dopo la fine di questa guerra spaventosa che semina denti di drago e riversa nelle coscienze i peggiori veleni, gli artefici di una tregua, ma mai di una autentica pace.

Schierarsi a favore dell’uno o dell’altro significa cacciarsi in un culo di sacco. In un simile contesto affermare il principio: “Due popoli e due Stati” è doveroso e necessario, ma non sufficiente. Il problema cruciale suona piuttosto: “Quali popoli e quali Stati”. Infatti, anche qualora si giungesse alla costituzione di uno Stato Palestinese riconosciuto da Israele, il problema essenziale verterà in primo luogo intorno alle risorse di cui quello potrà disporre, delle risorse insomma che Israele sarà disposto a concedere ai Palestinesi.

In relazione a ciò emerge in tutta la sua portata il significato del come e con quali intenti il falco israeliano intenda affermare la sicurezza di Israele. È ben comprensibile che, scossa dall’ondata delle stragi provocati dagli atti di terrorismo palestinesi, la maggioranza in Israele si sia schierata a sostegno dell’azione militare promossa da Sharon. Ma la contraddizione non risolvibile, la quale mina il disegno di quest’ultimo, è che esso, volendo garantire la sicurezza, la rende via via più fragile, in quanto – come mostrano i fatti – inasprisce e non indebolisce il terrorismo.

Il leader israeliano pensa di estirpare il terrorismo mediante un controllo poliziesco e militare su un popolo palestinese sottoposta alla permanente tutela dello Stato israeliano. Si tratta di una terribile illusione. Quand’anche ottenesse quel che persegue (del che vi è da dubitare fortemente), l’azione repressiva imprimerebbe vigore ai movimenti terroristici nei paesi islamici, dando un impulso ulteriore all’integralismo con l’effetto di minare sempre più i regimi moderati musulmani. Qui sta il motivo che ha infine indotto l’Unione europea, la Federazione russa e gli Stati Uniti a richiedere a Sharon di ritirare il suo esercito e ad Arafat di operare con tutte le sue forze per fermare il terrorismo. Ma a questo proposito è della massima importanza cogliere come, nelle condizioni attuali, mentre Sharon possiede, volendo, l’autorità per far ritirare il suo esercito, Arafat, anche volendo, non ha la minima possibilità di operare con successo contro il terrorismo fino a quando i soldati israeliani persistano nella loro sanguinosa occupazione dei territori.

E’ giusto che, in questo momento, ancora una volta da molte parti si faccia appello al “diritto di Israele di esistere”, ma è del pari indispensabile che non ci si fermi a questa rivendicazione in sé e per sé. L’interrogativo, mi pare, non attiene, infatti, tanto all’esistenza d’Israele, quanto al modo in cui Israele concepisce la propria esistenza in rapporto alla correlativa esistenza istituzionale e politica del popolo palestinese. Questo è il nodo. Nonostante le tremende, in nessun caso giustificabili, piaghe materiali e umane inferte dal terrorismo, lo Stato di Israele, il quale dispone di solide istituzioni, di una forte coesione interna, del più potente esercito di tutta l’area, dello scudo americano, non appare minacciato nella sua esistenza. Per contro il popolo palestinese ha visto crollare le sue deboli strutture istituzionali e l’autorità che lo governa e decisamente compromesse le già molto precarie condizioni materiali della sua esistenza.

Chiunque non intenda restare chiuso nel dilemma di cui parlavo all’inizio è chiamato a capire che il ritiro delle truppe israeliane costituisce perciò una conditio sine qua non di ogni ulteriore miglioramento di una situazione così peggiorata e la premessa per la sconfitta anzitutto politica del terrorismo.

Una pace fondata sulla vittoria che insegue Sharon sarebbe una catastrofe anche per Israele. Lacererebbe politicamente e moralmente quest’ultimo, alimenterebbe le fiamme del fanatismo e del terrorismo internazionale. Di pace avrebbe il nome ma non la sostanza. La vittoria inseguita da Sharon favorirebbe in maniera sempre maggiore l’egemonia degli estremisti di Hamas sul popolo palestinese, che precipiterebbe ancor più in un buco nero senza fondo. Chi vuole una pace vera per Israele deve fondarla su una vera pace anche per il popolo palestinese. I due aspetti si legano insieme, anzi si fondono.

Il solco dell’odio che divide la maggioranza del popolo israeliano da quella del popolo palestinese è a tal punto profondo, che è ormai ragionevole pensare che ben difficilmente dal loro interno possano venire le risorse politiche e umane per far cessare l’atroce conflitto. A questo scopo è indispensabile una pressione internazionale che, più che un invito, acquisti il carattere di una richiesta imperiosa di fermare la guerra e di far prevalere la causa della pace. Lo richiedono non solo ragioni di umanità, ma anche di interesse, perché quella del Medio Oriente è una polveriera per il mondo intero.

La comunità internazionale osserva con orrore la tragedia in corso in Palestina. Ma con quale orrore è da osservare una comunità internazionale che, ora come tante altre volte in passato, si muove, incerta, dubbiosa, debole, e solo dopo che il sangue dei corpi e delle anime è stato sparso a fiumi?