Venezia Minima

di Raffaele La Capria

 

Capisco molto bene, per esperienza fatta sulla mia pelle, stavo per dire, cosa significa parlare di un luogo già troppo parlato. Napoli, e così Venezia, sono man mano scomparse sotto le rappresentazioni che ne sono state fatte, le infinite descrizioni hanno fatto diventare “déjà vu” ciò che l’occhio vorrebbe ancora vedere; anzi, per dire meglio, si sono sostituite a ciò che l’occhio vorrebbe ancora vedere, sono entrate nella retina ed hanno condizionato la visione, così che oggi la realtà rappresentata, il luogo comune di questa realtà, è diventato l’unico luogo frequentato – e la realtà è soprafatta dalla sua rappresentazione. Per dire ancora qualcosa su Napoli – avevo scritto, ma lo stesso vale per Venezia – “bisogna disseppellirla dagli strati delle vecchie rappresentazioni che la coprono, bisogna farla venire alla luce con un’accurata archeologia della mente”. Questa accurata archeologia della mente che scava e scopre frammenti e reperti pulendo delicatamente con un pennello la realtà sepolta sotto la polvere delle rappresentazioni è la strategia di Predrag Matvejevic’ per avvicinarsi a Venezia.

Questa strategia si combina con l’insegnamento che viene a Predrag dalla cultura francese da lui assorbita sia nei sui vari approcci saggistici sia attraverso quelli artistici (per esempio le tecniche del “nouveau roman”); ma più ancora dalla sua parentela – genealogica e letteraria – con i formalisti russi, per esempio con Sklovskij e con la sua teoria dell’estraniazione. Se vuoi descrivere un cavallo – diceva pressappoco Sklovskij – fallo come se quel cavallo ti fosse del tutto estraneo, come se tu lo vedessi per la prima volta. In altri termini lo sguardo dell’artista deve farsi innocente, deve procurarsi un’innocenza anche nella tecnica descrittiva, per dar risalto ed esistenza a quel che vede.

Quello che un simile artista vede è il particolare, perché solo la particolarità rende ciò che si vede insolito. Nel caso di Matvejevic’ l’estraneità e la particolarità vengono colte da un’estrema vicinanza all’oggetto, una vicinanza spaziale che diventa analitica, come ad esempio in televisione: si vede un quadro e poi si isola un punto estraniandolo dall’insieme, e lo si ingrandisce fin quasi a penetrarne il colore, a rivelarne la pastosità e il segno del pennello. Ma c’è da dire che il particolare che Matvejevic’ coglie è come l’osso dal quale si può ricostruire l’intera forma del dinosauro. Il suo frammento isolato, sia esso la ruggine di un palo di ferro o la sua patina, la qualità del legno di una trave o la sua marcescenza, ci riporta sempre al tutto da cui è stato staccato con un procedimento simile a quello della critica stilistica dove una frase o un brano ci danno conto di un testo.

Le ragioni che determinano lo sguardo che Predrag Matvejevic’ getta sulle sue “pietre di Venezia” non sono però soltanto quelle che abbiamo fin qui cercato di indicare, perché quelle più profonde, quelle da cui è nato il suo libro più famoso, “Mediterraneo”, sono di natura poetica. È dall’osservazione del piccolo, ma significativo particolare, anzi dalla sua scelta, che nasce la poesia; e così mentre ci sembra di leggere un saggio, una descrizione, un diario, in realtà si superano i limiti del genere e si entra in un’altra zona che è quella della fantasia.

In definitiva qui, nell’Altra Venezia, l’autore cerca di ripetere con Venezia quello che ha già prima tentato, uscendone vittorioso, con il Mediterraneo. C’è lo stesso minimalismo, la stessa miniaturizzazione, lo stesso (a volte ricercato) recupero del particolare che apparirebbe o troppo ovvio o troppo poco meritevole di menzione e attenzione, la stessa umiltà di approccio. La si sente anche che, rispetto a quella del Mediterraneo, la realtà di Venezia, l’anima della città e la sua storia, è troppo perentoria ed incombente, più circoscritta, e dunque meno aperta a ipotesi e illazioni. Insomma c’è sempre lei, Venezia, sullo sfondo, sempre lei è presente nell’immaginario di chi legge, e consente un margine sempre più esiguo alla libertà e all’estro dell’autore. Le schegge che dal suo corpo fastoso e sgargiante si possono estrarre per analizzarle non fanno mai dimenticare la propria appartenenza – e appena nomini un palo o una barena ecco che l’intero quadro riemerge. Perché si può, davanti allo spettacolo naturale del mare, soffermarsi sulla schiuma di un’onda o sul volo di un gabbiano, ma è più difficile attraversando il Ponte di Rialto soffermarsi sull’erbetta che spunta tra le pietre degli scalini fingendo di ignorare lo splendore architettonico che ci include.

A Venezia più che altrove la realtà, che si vuole afferrare attraverso la “poetica dell’osservazione ravvicinata” o l’”epica della descrizione meticolosa” (due definizioni dei procedimenti di Matvejevic’ da me già proposti a proposito di “Mediterraneo”), è come il volto di Medusa che – diceva Calvino – pietrifica chi la guarda direttamente negli occhi. E dunque la strategia di Matvejevic’ è più giustificata, anche letterariamente, anche poeticamente. Ma, vogliamo dire, che il pericolo da lui affrontato con questo libro era maggiore di quello affrontato col libro precedente (cioè con “Mediterraneo”) e dunque tanto più ammirevole è la sua riuscita. L’accumulo di notazioni e relazioni che escono dalla penna dello scrittore, dell’antropologo, del sociologo, del botanico, del geologo, del geografo, dello storico, del mitografo, del cartografo, del filologo, in cui lui si trasforma per inventarsi il suo stile, riesce alla fine a ricostruire l’altra Venezia, quella di Matvejevic’, che da il titolo al suo libro.

Una Venezia fatta di scrittura che diventa materia e sensazione, materia e sensazione che ci  restituiscono quelle che riceviamo da Venezia, sensazioni di umido, di acqua, di marcio, di tempo, di bellezza, di passato, di malinconia, di miraggio, di marmo, di sabbia, di fango, di oro, di sfumato, di splendente, di torbido, di Venezia insomma, dell’indicibile Venezia.