7 luglio 2003
di Mauro Maldonato
Dieci anni rappresentano un periodo sufficiente per stilare un bilancio della vita di una comunità. I dieci anni che ci stanno a cuore sono quelli della stagione politica napoletana che sta per chiudersi. Dieci anni in cui il nome della città è quello del suo principale protagonista. Antonio Bassolino, hanno di gran lunga oltrepassato i confini nazionali; anzi, si sono imposti nella comunicazione internazionale.
Ma sono stati davvero anni
formidabili? No, non mi chiedo se abbiano rappresentato una rottura con i
pessimi anni ’80. solo chi è animato da un miope pregiudizio potrebbe mettere
in discussione i tanti passa avanti compiti. E, del resto, chi, come il sottoscritto,
ha sollevato in tempi non sospetti obiezioni consistenti sulle scelte di fondo
del governo cittadino è immune alle accuse di revisionismo interessato. Anche
perché è poco appassionante stilare un bilancio tra gli annunci e le
realizzazioni, le dichiarazioni e i provvedimenti abbondanti, l’ossessione per
l’immagine e la debolezza della strategia. Sono esercizi, questi, che lasciano
volentieri al dibattito tra le forze politiche.
A noi preme chiederci: perché un
fenomeno politico che ha ricevuto ondate di consensi e ha determinato un senso
forte di identità territoriale, la più ampia disponibilità di intellettuale e
tecnici, la collaborazione di governi amici e la non ostilità di quelli
avversi, si è trasformato in una grigia tecnocrazia lontana mille miglia da
un’azione di governo incisiva ed efficace? Perché, se è a tutti chiaro che il
nostro principale problema è il vuoto di classe dirigente, si è scelto il
criterio della cooptazione (per lo più interna al ceto politico) anziché quello
della concorrenza-selezione che è, invece, la via maestra per la nascita di una
vera e propria classe dirigente? Infine, perché, anziché scegliere la strada
più faticosa di una leadership all’altezza delle questioni che investano Napoli
e il Mezzogiorno, si è investito nella creazione di un personaggio la cui
notorietà è perfettamente simmetrica alla sua solitudine?
Una leadership nasce dal
coraggio da scelte irrevocabili, da risoluzioni etniche radicali, dal carisma
contagioso che suscita idee e speranze, da side che mirano al grado più alto
del cambiamento. Una leadership non nasce dall’occupazioni di posizioni, dalle
mezze scelte, dai temporeggiamenti che costeggiano le carriere fortunose di
uomini politici « normali » adusi a destreggiarsi nelle trame del potere quotidiano.
Bassolino ha rinunciato alla naturale leadership del Mezzogiorno (e, più in là,
chissà di cos’altro). Ha preferito, invece, diventare personaggio. Non ha mai
compiuto le scelte strategiche necessarie a se stesso, ai propri elettori, alla
propria città, al proprio paese. Benché da queste città abbia avuto tantissimo,
è rimasto indifferente al primato del territorio che potesse fare del ruolo e
dell’Identità di Napoli e della Campania il cardine di un possibile riformismo
nazionale. Certo, hanno pesato una storia e una formazione aggiornata e
abitualmente modulata sulle opportunità del momento. Ma nessuna vera
conversione dal vecchio mondo al nuovo è avvenuta. Ciò ha quanto meno favorito
la fragilità dei propositi innovativi e la persistenza di una forma mentis
forgiata sulla convinzione (colma di sfiducia e sospetto verso le differenze)
che il comando politico debba prevalere sull’autonomia degli individui e della
società civile.
Questa refrattarietà verso la
naturale varietà e diversità delle opinioni e delle scelte – valore cruciale
delle società evolute e aperte e segno in equivoco dell’avversione per le mani
libere – chiarisce perché si siano scelti i più vieti criteri di selezione dei
“collaboratori”: cioè, quei criteri inversi ai meriti e alle capacità che
sollecitano e alimentano l’etica del servilismo e dell’obbedienza. Ma ciò
spiega anche il clima regressivo di invidia e di risentimento che soffoca
questa città e che si oppone e soffoca ogni idea generosa o, semplicemente, non
gretta. Ma spiega infine – e qui la cosa diventa più divertente – l’ansia di
chi, intuendo la fine di una stagione politica, deve ora affannosamente cercare
nuovi padroni.
Piaccia o meno, nella storia,
nella nostra storia, le realizzazioni migliori sono tutte inscritte in grandi
strategie. Federico II fonda l’Università per formare classi dirigenti; il
trasferimento ad opera del primo angioino
della capitale da Palermo a Napoli fu una decisione epocale; il
rinascimento di Alfonso D’Aragona; l’età illuministica al tempo di re Carlo di
Borbone; nei tempi unitari, l’Istituto e il salotto di Benedetto Croce, ecc. se
questo è vero, lo è ancor più nel nostro tempo. Innovazioni e invenzioni,
leadership e classi dirigenti vanno liberati dai tempi ristretti della politica
e consegnati ai tempi delle idee e dei progetti.