IL MATTINO

22 luglio 2003

 

«La musica un grido di pace e di libertà»

 

di Donatella Longobardi

 

Il Cairo. «La Scala? Ma non stiamo andando in Egitto?». Con una battuta, Riccardo Muti getta acqua sul fuoco della polemica. Le voci che lo danno in disaccordo con il sovrintendente Fontana e per questo assente alla presentazione della stagione del teatro di cui è direttore musicale oggi a Milano sono insistenti, ma non turbano l'atmosfera di entusiasmo che circonda la trasferta egiziana, ultimo atto del Festival di Ravenna 2003, settimo viaggio dell'amicizia, «ponte» gettato sulle ali della musica per dire «no» a violenza, guerra, sopraffazione.
Sulla spianata di Giza, ai piedi delle Piramidi e sotto lo sguardo enigmatico della Sfinge Muti porta le parole della musica. Il secondo atto di «Orfeo ed Euridice» di Gluck e la «Grande Simphonye Funèbre et Trionphale» op.15 di Berlioz. Ed è naturalmente un trionfo. Ma il maestro, davanti ai giornalisti, si schermisce: «So che calcolate il minutaggio degli applausi, in realtà sono io a interromperli quando voglio salutando il primo violino, e il gesto indica lo sciogliete le file all'orchestra, non sono di quei direttori che stanno lì e si fanno pregare».
E anche ieri sera al Cairo, Muti non s’è fatto pregare. Al termine del concerto, il tempo di assaporare il successo mentre il vento caldo del deserto trasportava lontano il suono di tamburi e campane cinesi e mentre le luci di mille colori dipingevano il cielo stellato sul quale si stagliano immobili i monumenti dedicati a Cheope, Chefren e Micerino. Muti non nasconde l'emozione: «Suonare in questo luogo è una rara magia, ma per me è sempre la musica che conta. Guai se non provassi sempre un'emozione, sarebbe ora di dire basta. In un posto unico come Giza o nel più piccolo auditorium di provincia, è la musica a dominare, è la musica a guidare il fare e anche la mia responsabilità nei confronti di coro e orchestra». Ed è in sintonia con queste sensazioni che il maestro rifiuta ogni commento a quanto accade in Italia, rapito e affascinato dal significato che intende imprimere sua alla missione di pace.

Maestro Muti, perché proprio Il Cairo?

«Era una tappa stabilita da tempo che assume un significato più profondo se si pensa agli avvenimenti che hanno turbato il Medio Oriente negli ultimi mesi».

 
A poca distanza da qui, però, s'è anche parlato di pace, nel parterre del concerto c'è mezzo governo egiziano, ambasciatori di una ventina di paesi (Israele compreso), e c'è anche il segretario della Lega Araba, Amre Moussa.

«È quello che intendevo, pensavo alla guerra ma anche ai tentativi di pacificazione dell'area, è una fortunata coincidenza venire qui, anche noi, a parlare di pace».

 

Lei parla con la musica, vuole spiegare allora i motivi che l'hanno spinta a scegliere questi brani?
«Li sentivo collegati, in qualche modo, al luogo. Non potevamo venire a suonare sotto le Piramidi una messa cristiana o un pezzo ispirato alla tradizione ebraica, era necessario un messaggio più ampio, universale».

 
Per questo dunque ha deciso per la «Grande» di Berlioz?

«Un grido per gli eroi che combattono per la libertà, ma anche un brano musicale di grande difficoltà tecnica la cui marcia funebre iniziale deve molto alla cultura italiana. Berlioz studiò al conservatorio di Parigi che in quei tempi era diretto da Cherubini, un autore che molto deve anche alla scuola napoletana di Sei e Settecento».

 
Poi c'è Gluck.

«Anche qui siamo di fronte a una musica che evoca un senso di eternità, la vittoria della vita - e dell'amore - anche sulla morte, contro il potere delle Furie che rappresentano il male. E c'è il canto struggente di Orfeo in cerca della sua Euridice, parole bellissime che si rifanno alla grande tradizione del teatro settecentesco italiano, visto che a scriverle fu Ranieri de' Calzabigi».


Lei non ama suonare all'aperto, ha fatto una eccezione.

«Questo luogo è talmente eccezionale... Certo, fino alla fine ho temuto che il vento portasse la sabbia dentro gli strumenti, magari proprio nel trombone impegnato in un bellissimo assolo nella Sinfonia di Berlioz, anzi, a proposito, vorrei lanciare un appello».


Dica.
«Ecco, questo brano fu concepito inizialmente da Berlioz per una banda e venne suonato per le vie di Parigi in occasione della rivoluzione del 1815... Vorrei ricordare l'importanza delle bande, perché non muoiano. Anche Verdi ci teneva tanto e sono la base, l'humus, sul quale si fonda ancora tanta cultura musicale italiana».