IL MATTINO
22
luglio 2003
di Predrag Matvejevic’
Uno straniero, talvolta, percepisce il significato di alcune
parole nella lingua straniera meglio di chi le parla nella lingua madre. In
questi ultimi tempi mi ha colpito, leggendo vari testi sui profughi in lingua
italiana, il fatto di aver trovato una gran quantità di espressioni
per definirli, quasi ci fosse l'impossibilità di esprimere ciò che realmente
accade. Ho raccolto dieci parole che hanno significati vicini, talvolta
sinonimi: profughi, rifugiati, fuggiaschi, sfollati, deportati, esiliati,
emigrati, espulsi, respinti, espatriati. E potrei aggiungerne ancora altre: per esempio, clandestini.
Si può parlare della migrazione anche partendo dalla storia o dalla fede. Nell'Esodo, ad esempio, (esodo ed esilio si differenziano solo perché l'esodo è un esilio collettivo) si legge: «Non molesterai lo straniero, né l'opprimerai, perché, foste anche voi stranieri in terra d'Egitto» (Dt 10,14; 16,19). Gli italiani hanno conosciuto l'emigrazione più forte di tutti gli altri paesi europei all'inizio del secolo e molti di loro hanno subito disagi enormi: adesso che la gente viene in Italia, sarà forse il caso di ricordarsi di questa esperienza.
Nel Deuteronomio è scritto: «Ama
il forestiero e dagli pane e vestito. Amate dunque il
forestiero perché anche voi foste forestieri nel paese
d'Egitto». E ancora: «Quando raccogli la messe nel
campo e dimentichi un covone, non tornare a prenderlo, sarà per il forestiero,
per l'orfano, per la vedova affinché ti benedica il Signore tuo» (Dt 24,19-22). Come si vede, molti insegnamenti dei libri
sacri riguardano l'esilio.
Nel discorso sulle migrazioni è sempre presente la
consolazione, la nostalgia, la rassegnazione, la desolazione, la protesta, la
maledizione, ma ciò che sembra forse più difficile da sintetizzare ed esprimere
è il contenuto. Per l'esilio si parte su una zattera con un zaino. La zattera
(spesso un relitto) è dunque il primo strumento, poi viene lo zaino o il
fagotto. Lo zaino dell'emigrante contiene le cose più elementari: indumenti di
prima necessità, alcuni documenti necessari, foto di famiglia, a volte un
oggetto più personale, legato a un ricordo particolare. Sono rari quelli che
fanno scivolare da qualche parte un libro, a meno che non si tratti di un
breviario per le preghiere o di un manuale per apprendere la lingua del paese
di destinazione.
Molte migrazioni, non solo dai paesi poveri, sono partite con bagagli privi di
libri scritti nella lingua d'origine tanto che possiamo distinguere
l'emigrazione con libro dall'emigrazione senza libro. Possiamo dire, ad
esempio, che l'emigrazione italiana è partita con una piccola fotografia e con
un breviario. E quando si viaggia attraverso gli Stati Uniti, ci si accorge che
alcuni emigranti italiani sono diventati grandi scienziati, ingegneri o altro,
ma tra loro, in relazione alla letteratura italiana, non si trovano nomi di
grandi scrittori. Gli italiani sono partiti senza libro.
L'emigrazione russa ha avuto tre premi Nobel per la letteratura e almeno un
altro grandissimo scrittore: Bunin, Solgenitsin, Brodskij (che è
sepolto a Venezia, città cui ha dedicato pagine bellissime) e Nabokov, forse il più dotato fra tutti. L'emigrazione
polacca, da parte sua, ha avuto un Mickiewicz nel
secolo scorso e un Gombrowicz nel nostro.
Esistono emigrati felici? Io non ne ho mai conosciuti. Ma
ho conosciuto molte persone felici di emigrare. Ecco un paradosso
dell'emigrazione. Ho avuto occasione di parlare con la povera gente che viene
dal Kosovo sui gommoni, nel corso di due giornate che
mi hanno molto provato. Sono tutti felici di esser riusciti a partire e
tuttavia già angosciati dal destino che li aspetta.
Pochi emigranti imparano bene nella prima generazione la lingua del paese
ospite e non comunicano che con un gruppo più o meno ristretto. Cessano di far
parte della cultura anche più elementare da cui traggono origine e non
riescono, se non eccezionalmente, a integrarsi in quella del nuovo contesto.
Così molti si chiudono in una sorta di subcultura, della quale risentono i loro
giudizi e i loro modi di vita, e anche noi, quando li osserviamo, ci chiediamo:
«Ma cosa fanno insieme questo gruppo di curdi?
Parlano solo tra di loro». Ho osservato questo fenomeno a Torino, tra i
marocchini e gli algerini. Rimangono tra di loro e si condannano così a una
subcultura. I nostri operatori culturali dovrebbero tenerne conto, dovrebbero
fare in modo che questo circolo chiuso si aprisse, permettendo a queste persone
di far parte della nostra cultura.
Talvolta scrivono e il loro immaginario è molto interessante. Una volta ho
scritto la prefazione di un libro di stranieri che cominciavano a scrivere in
italiano: la loro è una straordinaria irruzione, le loro metafore sono diverse,
diversi il loro modo di esprimersi e mi sembra che questo immaginario
arricchisca quello della letteratura italiana.
Exilium vuol dire «fuori da questo
luogo», da «fuori» (foris) viene la parola
«forestiero». Esiliato, infatti, voleva dire anche espulso. Il termine
«bandito» viene da bandire: nel sanscrito, band vuol dire parola - una parola
che esilia, espelle. Bandito designava una persona condannata ad andarsene
fuori, a migrare.
Kundera ha coniato la definizione di
«esilio liberatore». In qualche modo questo tipo d'esilio è presente in tutte
le tradizioni. In quella italiana, da Dante fino ai poeti del Novecento: in
molti hanno fatto la scelta di andarsene.
Essere esiliato con onore, essere esiliato senza onore - è
un'altra alternativa, antichissima. È doloroso essere ad un tempo esiliati e
disonorati senza potersi difendere. I regimi totalitari praticano questo tipo
di esilio: disonorano colui che se ne va - «è un traditore, ha venduto il suo
paese». Potrei citare tantissime menzogne che in varie parti dell'ex-Jugoslavia
si pubblicavano a proposito di alcuni scrittori, me compreso, che avevano
scelto di emigrare per non condividere la responsabilità dell'aggressione
contro la Bosnia-Erzegovina o la città di Vukovar,
dell'assedio di Sarajevo, della distruzione del Vecchio ponte di Mostar, mia
città natale, dell'esodo dei Kosovari. E molta gente
che era rimasta veniva punita doppiamente: oltre alla punizione di vivere sotto
il governo di un satrapo odiato dal popolo - come era quello di Milosevic -
sono stati puniti per i suoi errori con i bombardamenti.
Il discorso sulla migrazione è a volte un discorso di
consolazione. Ci si consola paragonando il proprio destino a quello altrui. C'è
un testo di Plutarco, all'alba della storia, di consolazione alla moglie in cui
diceva: «Molti erano esiliati. Aristotele era di Stagira,
Teofrasto di Ereso,
Stratone di Lampsaco, Glicone
della Troade, Aristone di Chio, Critolao di Farselide e, nella scuola stoica, Zenone era di Cisio, Creante di Asso, Crisippo
di Sori, Diogene di Babilonia, ...e tutti hanno
dovuto andarsene». E aggiungeva: «Se non fossero partiti, forse non avrebbero
fatto quello che hanno fatto».