"IL DENARO"

2 Settembre 2000

I clandestini non devono farci paura

Occorre sostituire il valore della tolleranza con quello della convivenza

di Michele Capasso

Amman, agosto 2000. La temperatura all’ombra è 50 gradi. Da 80 anni non ricordano un caldo così torrido. Kamel è un architetto che ritorna a casa. E’ contento. Dopo lunghi anni vissuti da profugo e, poi, da studente in vari luoghi d’Europa, ora insegna nell’Università di Giordania: uno dei pochi luoghi alberati di questa rovente estate.

Walid Ma’ani è il presidente dell’Università. Gioisce quanto può raccontare la qualità degli studenti laureati e presentarmi una ricerca sui flussi migratori nella regione mediterranea: in una pagina – ad esempio – si profila che in Italia, nel 2025, i musulmani saranno 6 o 7 milioni e, probabilmente, avranno un loro partito e loro parlamentari.

12 agosto 2000. Sulla "Repubblica" viene pubblicato un articolo di Luciana Stegagno Picchio titolato "La lunga notte del Mediterraneo".

Con benevolenza l’autrice individua in chi scrive uno dei tanti eredi spirituali di Braudel e nell’Accademia del Mediterraneo un’istituzione di riferimento per "guidare" il complicato percorso

attraverso il quale "giungere verso la luce", secondo una lusinghiera affermazione di Shimon Peres.

29 agosto 2000. Romano Prodi, presidente della Commissione europea, pubblica su vari giornali un suo testo in cui individua il Mediterraneo come "nuova via obbligata per l’Europa". Era ora.

Da alcuni anni sosteniamo questa evidente necessità di arginare le emergenze costanti di questa regione. Tra esse, assolutamente prioritaria, quelle che la tengono sotto scacco da parte di organizzazioni criminali che lucrano sulla mancanza di un diritto comune e chiaro dei migranti.

I nodi da sciogliere sono: 1) l’individuazione di diritti di cittadinanza condivisibili su scala euromediterranea; 2) l’impostazione di una politica economica di ripartizione "Nord-Sud" della ricchezza che si avvalga dei migranti come diffusori di reddito e portatori di micro collegamenti economici; 3) l’impostazione di una politica di lotta alla criminalità basata non solo sul contrasto ma anche sul riassorbimento dei criminali minori nell’ambito di programmi di recupero socio-economico (secondo le metodologie sperimentate con successo in Africa ed America latina da parte dell’organizzazione internazionale delle migrazioni).

I migranti spesso si identificano con i clandestini. Nonostante si continuino ad innalzare le mura per proteggere la nostra opulenza, continuano ad arrivare. Qualcuno pensa perfino che sono i nuovi invasori: clandestini, irregolari, "sans-papiers", minacciano la nostra "preziosa sicurezza", pullulano nelle nostre periferie, infestano le nostre strade.

Una folla oscura e pericolosa che proviene da non si sa dove, che vive non si sa come, di cui non riusciamo a sbarazzarci. Si connettono al nostro tessuto sociale in modo talvolta parassitario e rivendicano il riconoscimento dei diritti, si atteggiano a cittadini, manifestano, fanno lo sciopero della fame, mobilitano associazioni e militanti, chiedono documenti, avvelenano la vita tranquilla delle nostre questure. Possiamo rompere con l’ascia il portone delle chiese che occupano, fare leggi e circolari per contenerli, stringere di nuovo la rete: loro s’infiltrano nella trama. Sempre di più. Possiamo inseguirli, minacciarli, cacciarli: nonostante tutto, nonostante le leggi, le regolamentazioni, i discorsi, la maggior parte di questi diavoli, membri della famiglia umana, nostri simili, spesso venuti dal Sud con le loro stranezze, finiranno col sistemarsi, diventeranno residenti, otterranno diritti. Un giorno voteranno. Alcuni ripartiranno, altri rimarranno e i loro figli costituiranno gli Europei di domani.

Ma perché mai lasciano la loro terra? Come fanno per giungere fino a noi?

E’ un lungo cammino, un viaggio iniziatico in cui ognuno va alla scoperta di sé: vertigine della solitudine e dell’incertezza dell’indomani, perdita dell’identità, attraversamento di un "sotto mondo" pullulante dove regnano stanchezza, fame e freddo accompagnato anche da momenti di felicità, di calore umano. Il giorno dopo avere superato la prova, quando si arriva al termine dell’angoscia, come ci si accosta alla terra ferma dopo la tempesta, si scopre che non si è più se stessi, che si è diventati quelli che avevano finto di essere, colpiti fino in fondo al cuore e alla ragione da questa paura che si istituisce, prevarica sull’essere come una malattia contagiosa trasmessa da quelli con cui si è condiviso un momento di vita marginale, illegale, clandestina.

Ma perché mai questo flusso ininterrotto di profughi diretti in Europa? Cosa fare per farlo finire? Sembra altrettanto assurdo pensare che si potrebbe rendere impermeabili le frontiere quanto fermare il corso di un fiume verso il mare. Perché aldilà dell’avventura umana, vi è la questione politica. Sappiamo perfettamente che Schengen non risolve nulla. La questione dell’immigrazione agita continuamente l’opinione pubblica, fa barcollare i nostri valori fondamentali: raramente il dibattito riesce ad imperniarsi sull’essenziale, sulla questione dei flussi migratori, sulla loro costanza, la loro natura, il loro futuro. Si continua a prendere in considerazione solo l’aspetto poliziesco della questione. Ogni governo si accanisce ad enunciare gli stessi principi : integrare i residenti regolari, aiutare lo sviluppo nei paesi di origine, cacciare gli irregolari. Ma in realtà, i primi due punti rimangono fermi allo stato di affermazioni di principio ed è sempre l’ultimo aspetto a fare da politica di immigrazione con una maggiore preoccupazione per il rispetto dei diritti dell’uomo a sinistra e una maggiore ossessione dell’ordine a destra. Viene regolarizzata una parte dei "sans-papiers" che ne ha fatto richiesta nell’ambito di una promozione della sinistra arrivata al potere, ma vengono respinti gli altri per dare da vedere che si è attenti e con la scusa che occorre apparire severi per non incoraggiare il flusso migratorio.

Sappiamo già che quest’Europa avrà nei prossimi anni bisogno di mano d’opera proveniente dall’esterno. I flussi migratori non si esauriranno. Non sarebbe meglio interrogarci sulla chiusura delle frontiere che, se effettivamente e vanamente tenta di ostacolare il flusso in arrivo, impedisce altresì quello in partenza?

Le regole di Schenghen immobilizzano anche quelli che hanno conosciuto tante sofferenze per arrivare in porto e non vogliono rischiare di essere costretti a ripercorrere lo stesso cammino: e’ ora di porre al centro del problema dell’immigrazione non più l’aspetto poliziesco bensì quello politico.

Occorre guardare al mondo di domani, all’Europa di domani. Occorre affermare che la libera circolazione delle persone non può essere privilegio dei potenti e dei ricchi e farla finita con quel modo di sfruttare la folle speranza dei poveri. Occorre creare uno "spazio euromediterraneo integrato" sostituendo il valore della tolleranza con quello della convivenza.