20 agosto 2003
di Vanna Vannuccini
Una vignetta che Peter Arno disegnò per il New York Review of Books, riassume in modo fulminante l’indifferenza e l’ignoranza occidentale nei confronti del mondo musulmano. C’è un americano con il cappello alla cowboy che si sporge dalla decappottabile e urla a un musulmano prostato in preghiera ad un lato della strada: ehi tu, vado bene per la Mecca? Leggendo o parlando di islam con un autore musulmano uno teme in fondo sempre si assomigliare un po’ all’americano disegnato da Arno. Pochi giorni fa in un piccolo festival dedicato al cinema maghrebino ho sentito il presentatore definire « profetico » il film Destino che regista egiziano Chahime (l’Egitto non è Maghreb ma pazienza): perché, ha detto la presentatrice, già nel 1997 anticipava il fondamentalismo islamico e l’avvento di Bin Laden. In realtà nel ’97 il fondamentalismo islamico era iniziato da tempo. Aveva ucciso turisti e cristiani copti in Egitto, russi in Cecenia, aveva aperto un fronte sanguinoso in Algeria, provocato una guerra civile in Sudan e trionfato in Afghanistan. Senza parlare della rivoluzione Khomeiniosta in Iran del 1979. ma per noi l’interesse per il mondo islamico è cominciato dall’11 settembre.
In effetti nessun fenomeno politico ha sorpreso di più l’Occidente dell’erompere sulla scena mondiale dell’islamismo militante. Dopo l’attacco delle Torri Gemelle abbiamo cominciato a cercare che cosa sia l’Islam oltre le vaghe nozioni di deserti e di harem, di veli, di palazzi e di lapislazzuli che avevano avuto fino ad allora. Escono sempre più numerosi libri e manuali che ci spiegano la shaira, il radicalismo, il wahabismo e quell’oggetto sempre più misterioso che è il sufismo. Ma entrano in un campo minato dai contrasti ideologici: per o contro Bush; per o contro sharon; per o contro la guerra in Iraq. E dunque spesso, invece di spiegarci che cos’è il mondo islamico, portano solo munizioni all’una o all’altra parte. Se poi gli autori sono musulmani, molti loro sforzi sono diretti unicamente a convincerci che la religione islamica è innocente di tutti i fatatismi; e che i violenti sono sempre altrove.
Eppure l’Islam non è uno sconosciuto. Ha avuto una parte importante nella storia dell’Europa. Curiosamente però, come sostiene il sociologo algerino Khaled Fouad Allam, l’eredità musulmana non rappresenta una memoria condivisa. Il suo libro L’Islam Globale (Rizzoli, pagg.207, euro 16) ha il merito di offrirci spunti interessanti di riflessione e un’analisi che non tenta di trascinarci continuamente in qualche crociata, o qualche jihad. In Occidente sull’Islam c’è una frattura tra storia e memoria, dice Allam. Chi conosce il nome, per non dire delle bellissime poesie d’amore, del più grande poeta medievale siciliano, Ibn Handis, nato a Palermo nel 1198? Un tempio greco fa parte della nostra identità culturale, mentre della Maratona di Palermo non tutti sanno che fosse stata una moschea. Sappiamo quali parole derivano dal greco, ma scopriamo con sorpresa quante vengano dall’arabo. Il Dialogo delle Culture dovrebbe cominciare propria dalla memoria della nostra eredità islamica, dice Allam.
L’Islam globale si apre con un dialogo fra donne. Zohra, la madre, è un’algerina analfabeta che vive a Parigi da un quarto di secolo. Per la religione è elemento essenziale dell’esistenza, ma non ha mai sentito il bisogno di rivendicarla: la sua identità non è in pericolo. Non capisce invece perché la figlia Naima, che studia filosofia alla Sorbona, insista per coprirsi la testa col foulard. La ragazza le dice che hijab è il simbolo dell’amore tra l’uomo e Dio. « Mase ami Dio », insiste la madre « non hai bisogno di dimostrarlo, amalo nel tuo cuore ». per gli emigrati musulmani della generazione di Naima la perdita delle origini e la condizione stessa dell’esistenza. Ad essa si sono sommate le cattive politiche di integrazione e poi la crisi economica che ha aggravato l’esclusione. Il risultato è un profondo sradicamento. Per trovare dei supporti alla propria identità la generazione di Naima ha dovuto inventarsi un mondo delle origini che non c’è più. Ricostruendo attraverso dei codici, dei simboli. L’ hijab il velo islamico, è diventato il primo segnale della « reislamizzazione ». ho visto anni fa come i quartieri poveri di Istanbul dove le associazioni creative aprivano le prime scuole è mense islamiche si popolassero improvvisamente di neri Chador, sorprendentemente per gli stessi turchi perché il Chador era stato sempre estraneo alla tradizione ottomana. Da Giakarta a Marsiglia ormai le donne musulmane portano lo stesso hijab, mentre fino a poco tempo fa avevano abiti diversi, più o meno lunghi e più o meno colorati. E non è un caso che gli occidentali che immancabilmente chiedono ai riformatori iraniani vicini al presidente Khatami: quando si toglieranno il Chador le donne iraniane? Questi rispondano: il Chador sarà l’ultimo passo, prima ci sono le riforme.
Tra emigrazione e globalizzazione, tra urbanizzazione di massa ed effetti della cultura occidentale – che provoca insieme attrazione e repulsione nei giovani musulmani – le culture locali sono andate scomparendo. Le diverse tradizioni si sono convogliate in un pensiero unico con codici identici, sradicato da ogni contesto storico e territoriale e che rifiuta in toto la modernità. Un modello politico che è sfociato nell’« iperterrorismo ». Allam distingue tra terroristi come Hamas, che hanno una logica politica che contiene uno spazio negoziale; e l’iperterrorismo di gruppi come Al Qaeda la cui unica logica è l’autodistruzione. I primi trovano sostegno nella famiglie e nella società, il secondo no, e questa è una delle tante fratture interne al mondo musulmano.
L’iperterrorismo è però il segnale di un’impasse politica, a cui latri movimenti islamici cercano di sfuggire nella direzione opposta, attraverso un lungo processo di istituzionalizzazione. Come ad esempio in Turchia, dove sono andati al potere. Ma se nei prossimi anni preverrà il rifiuto o il cammino attraverso le istituzioni è oggi ancora un interrogativo aperto.