LA REPUBBLICA

20 agosto 2003

 

“Le mie idee raccontate alla gente”

 

 

Khaled Fouad Allam è un algerino che insegna sociologia del mondo musulmano alle università di Trieste ed Urbino. « Una rara figura di intellettuali perfettamente in equilibrio fra due civiltà », si legge nelle note di copertina del suo libro, e viene subito voglia di chiedergli se si riconosca in questa descrizione. « Io mi riconosco in effetti come un intellettuale contaminato dalle due civiltà, perché fin dalla più tenera infanzia ho avuto contatto sia con l’occidente sia con quella arabo-islamica. E’ una cosa che debbo a mia madre, che mi insegnava il Corano ma mi mandava a studiare musica occidentale al Conservatorio di Orano. La musica mi ha fatto sviluppare un certo tipo di sensibilità. La contaminazione comunque non è un cammino facile. E’ pieno di insidie. Nei momenti di crisi è sempre difficile trovare un equilibrio. Ci si trova a dover comporre due ordini culturali diversi, e non è scontato che lo si possa fare ».

Mi faccia un esempio.

« In un periodo come il nostro in cui viene tanto enfatizzato tanto il lato politico dell’Islam e dappertutto si tende a costruire un’immagine negativa è molto difficile trovare un linguaggio che faccia capire il mondo musulmano non è tutto così. Io vivo come una specie di costante corpo a corpo, dover sempre spiegare che l’Islam non è sempre stato così e che bisogna sperare. L’appartenenza a due mondi nasconde sempre un grido di speranza, ma anche tanti momenti di disperazione ».

Lei sostiene che parallelamente al terrorismo è in atto nei movimenti islamici anche una tendenza opposta, verso un processo di istituzionalizzazione. L’esempio più evidente è la Turchia. Questo smentisce chi considera l’Islam incompatibile con la democrazia?

« Bisogna riconoscere che la guerra in Iraq ha avuto il merito di porre la questione della democrazia nel mondo arabo. Facendo emergere due scuole: secondo quella europea la democrazia è una questione essenzialmente culturale. Questo a mio parere è un punto di vista pericoloso perché crea una gerarchia tra popoli che sarebbero più o meno inclini alla democrazia, e di fatti esclude tra quarti del mondo. Il punto di vista americano a mio parere più corretto, anche se si può ovviamente discutere se la democrazia sia esportabile con i carri armati. La visione americana è derivata dalla loro storia. Nella mentalità degli americani – di tutti noi, non solo di Bush – c’è l’idea che la democrazia sia una esperienza storica che può essere esportata ».

Come vede il prossimo futuro dell’Iraq?

« Gli americani hanno sbagliato a sottovalutare l’esistenza di una coscienza nazionale irachena: che invece esiste, nonostante ci siano sciiti sunniti e curdi e benché la nazione irachena sia il risultato della storia convulsa del Novecento. Questo ci insegna tra l’altro, per quanto riguarda il cammino delle democrazie nel mondo islamico, che la democrazia ha bisogno di ancorarsi alla nazione. L’altra cosa che gli americani pensavano che le strutture della società sarebbero rimaste intatte perché non avevano capito come era cambiato il funzionamento dello Stato e della società irachena dopo la guerra del Golfo. Non si erano resi conto che Saddam aveva ricostruito il suo potere non più sullo Stato e l’ideologia del partito Baath ma sulla retribalizzazione della società ».

Quanto conta la pace in Palestina?

« Risolvere il conflitto palestinese sarebbe certo una cosa importante. Ma la guerra del Golfo e gli accordi di Oslo hanno cambiato profondamente la percezione del conflitto nel mondo arabo. Non è più un conflitto panarabo, che smuoveva la masse dal Cairo a Damasco, da Algeria a Rabat per la Palestina libera, come quando ero ragazzo. Questa visione transazionale del mondo arabo è finita. I paesi arabi si sono ripiegati su se stessi nelle loro sindromi nazionali ».