LA REPUBBLICA

 

5 dicembre 2003

 

 

L’Europa, il mondo arabo e il ruolo del Mediterraneo

 

di Khaled Fouad Allam

 

La guerra i Iraq, il conflitto israelo-palestinese, l’immigrazione clandestina, il terrorismo di matrice islamica rivelano una crisi che coinvolge l’intero arco mediterraneo, e non solo. Le recenti conferenze di Palermo e di Napoli sulle nuove politiche di prossimità in questa regione, sono l’occasione per tracciare un bilancio delle politiche euromediterranee, a più di dieci anni dalla prima guerra del Golfo e a quasi dieci anni dalla Conferenza di Barcellona.

In realtà l’impasse irachena, la paralisi del processo di pace israelo-palestinese e l’incessante flusso di navi cariche di migranti che cercano di raggiungere la sponda nord del Mediterraneo attraversando il canale di Sicilia o il canale di Otranto, mettono l’Europa a nudo. Perché ritraggono un’Europa doppiamente divisa: spaccata sulla questione irachena, quasi assente nel processo di pace israelo-palestinese, e sempre più asimmetrica rispetto agli Stati Uniti. Per capire tutto ciò bisogna analizzare le ragioni della crisi del Processo di Barcellona: esso, sulla scia degli accordi di Oslo, doveva aprire una via verso la pace ma anche avviare una strategia politica in grado di incidere in modo determinante sullo sviluppo della riva sud del Mediterraneo – vale a dire sui Paesi arabi – in ambiti e su temi economici, sociali, culturali e politici, in primo luogo sulla questione dei diritti dell’uomo. Il Processo di Barcellona dunque sottendeva essenzialmente la promozione del dialogo euro-arabo. Ma vi è stato un errore di partenza: considerare tra i Paesi arabi esclusivamente quelli affacciati sul Mediterraneo, escludendo così, ad esempio, i paesi del Golfo (come gli Emirati Arabi) e Paesi non mediterranei come lo Yemen. Per la parte europea, invece, la prospettiva del partenariato euromediterraneo ha coinvolto l’Unione europea, dalla Svezia e la Gran Bretagna – che non si affacciano sul Mediterraneo – alla Spagna e l’Italia.

Questa visione sostanzialmente riduttiva del mondo arabo ha favorito un approccio regionale (che per altro non ha funzionato), ma allo stesso tempo ha impedito un approccio globale alle questioni relative alle relazioni tra Europea e mondo arabo. Da una parte è vero che i Paesi arabi sono diversi tra loro, e che vi sono forti discrepanze tra essi riguardo all’economia e al reddito: se il Pil del Belgio equivale a quello dell’insieme dei nove Paesi arabi presenti nell’accordo di partenariato di Barcellona, non si deve scordare che ad esempio il reddito pro capite degli Emirati Arabi è dieci volte più elevato di quello dell’Egitto. Ma non di meno oggi anche in questi Paesi lo stato-nazione è ormai un dato acquisito ed esiste un insieme di problematiche comuni ai Paesi arabi, che determina una serie di linee di frattura orizzontali in tutta l’area: il diffondersi del neo-fondamentalismo islamico dal Kuwait al Marocco; le discriminazioni giuridiche e sociali nei confronti delle donne, dagli Emirati Arabi all’Algeria (in ciò la Tunisia costituisce un dato a parte); la crisi della rappresentanza politica; il deficit democratico, per superare il quale oggi si notano timide aperture in Marocco. A ciò si aggiungono i preoccupanti dati macroeconomici che stanno capovolgendo alcune situazioni – ad esempio in Arabia Saudita la disoccupazione tende a diventare un fatto strutturale – e la crescente pressione demografica.

Tutti questi dati si muovono nello senario della regione araba, metabolizzandosi o in contestazione islamica o in immigrazione clandestina, fenomeni cresciuti negli ultimi 15 anni e tuttora in corso. Il Processo di Barcellona non ha quasi inciso su queste tendenze: anzi, i problemi sono aumentati; mentre la questione della sicurezza è diventata il tema centrale nell’approccio alle questioni mediterranee. Inizialmente si era pensato che la creazione di una zona di libero scambio entro il 2010 potesse rappresentare il presupposto per costruire uno spazio in grado di garantire la sicurezza mediterranea e la sicurezza globale. Ma fra il 1995, data della Conferenza di Barcellona, e oggi, il mondo è cambiato in peggio. L’Ue sta cercando di fornire un nuovo approccio a tali questioni, attraverso un ruolo più incisivo delle regioni confinanti: si pensa che la prossimità possa aiutare a realizzare nuove politiche nelle razioni mediterranee. Certo , la regione può dare un impulso in più, può avviare processi innovativi: ma purtroppo non esistono simmetrie fra istanze regionali come quelle spagnole o italiane e quelle dei paesi arabi in cui lo stato spesso rimane di tipo giacobino, fortemente centralizzato: vale a dire che un presidente di regione in Italia o in Spagna non è equiparabile al presidente di una regione in Siria o in Egitto. Va notato però che questo nuovo approccio dell’Unione europea potrebbe avere una virtù pedagogica in direzione dei paesi arabi: potrebbe mostrare che è necessario un cambiamento politico-amministrativo nelle strutture dello stato arabo, per garantire un processo di democratizzazione.

Un altro fattore di crisi del Processo di Barcellona è legato al fatto che se inizialmente si è pensato il partenariato in una logica multilaterale, in realtà si sono privilegiati i rapporti bilaterali attraverso accordi dell’Unione europea con i singoli Paesi: ad esempio Ue-Tunisia, Ue-Algeria, eccetera. La logica di questi accordi ha impedito di pensare la regione araba in modo globale, impedendo di evidenziare una serie di criteri standard, di clausole globali sulle questioni dei diritti dell’uomo, sulle politiche di aggiustamento strutturale, eccetera, per creare un comune denominatore che avrebbe potuto trainare l’intera regione araba su obiettivi comuni. Invece si sta camminando in ordine sparso. Forse oggi sarebbe necessario ripensare tutta la questione euroaraba e prendere esempio dalla recentissima storia d’Europa. Verrà il momento in cui, a motivo dell’urgenza con cui si pongono le questioni democratiche in questi Paesi, si dovrà pensare a un’altra Helsinki dei Paesi arabi: del resto il rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo umano nel mondo arabo, pubblicato appena un anno e mezzo fa, ha messo in evidenza come il blocco dello sviluppo delle società arabe sia dovuto al deficit democratico.

E sarebbe bene pensare anche in termini istituzionali alle questioni euroarabe: perché il Mediterraneo e il mondo arabo al di fuori del Mediterraneo soffre per l’assenza di uno spazio politico mediterraneo. Le conferenze euromediterranee non sono più sufficienti: il Forum Civile Euromed di Napoli ha insistito su questo punto. Perché non immaginare, sul modello del Consiglio d’Europa nato nel 1948, un Consiglio dei Paesi del Mediterraneo e del mondo arabo, in cui le questioni della sicurezza, del dialogo delle culture e delle politiche economiche potrebbe avere uno spazio di riflessione e di costruzione?