"IL DENARO"

9 Settembre 2000

 

POLITICI: SI RECUPERI L’ANTICA SAGGEZZA

Così il filosofo Averroé insegnava ai suoi amici a "guardare" oltre l’abito. Anche cultura e scienza possono ritrovare l’attitudine alla riflessione

di Michele Capasso

Marrakech, settembre 2000. Piazza Djama’a al-Faana: folla coloratissima di venditori, compratori, turisti. Il sorriso di un vecchio, dall’ombra di un porticato, mi cattura. L’amicizia nasce subito, con la gente del deserto. Il porticato nasconde un giardino, una fontana. E’ fresco e silenzioso. Le diatribe tra Amato e Rutelli o quelle tra Mastella e Bassolino qui sono lontane anni luce.

Il vecchio si chiama Said. Parla adagio, accarezzandosi la lunga barba bianca; non ha fretta, "poiché il tempo appartiene ad Allah". E prosegue:

"La città che tu vedi, fu fondata più di mille anni orsono nel 1072, dall’emiro Yusuf Ibn Tashufinche la rese ricca e prospera. Non dimenticò però che anche la saggezza rende grande una città. Per questo chiamò alla sua corte uomini sapienti, calligrafi di fama, letterati. I suoi successori seguirono l’esempio del grande emiro e circa cento anni dopo la fondazione giunse alla corte di Marrakech, dalla nativa Cordova, il grande saggio Muhammad Ibn Rushd".

Resto colpito dal fatto che questo vecchio senza denti conosca il filosofo-medico Ibn Rushd, noto come Averroè. Incuriosito gli chiedo ulteriori notizie.

"Lo conosco bene – mi dice – Viveva nella città di Marrakech alcuni secoli fa.

Era cadì e medico di corte e nella sua biblioteca aveva raccolto centinaia di volumi preziosi; i filosofi greci, i matematici egizi e caldei, gli astrologi babilonesi non avevano segreti per lui. Quando gli impegni di corte gli lasciavano tempo libero, leggeva e commentava gli antichi maestri.

Un mattino, all’alba, Ibn Rushd si svegliò piuttosto turbato: aveva rivisto in sogno la sua città natale, Cordova, che aveva lasciato molti anni addietro. Decise di uscire. Indossò i sandali e si buttò sulle spalle il vecchio mantello: in lontananza, verso il deserto, l’alba imbiancava il cielo. D’un tratto, dall’alto del minareto, si levò la voce del muezzìn: "Venite alla preghiera, venite alla meditazione!…La preghiera è migliore del sonno….

Ibn Rushd affrettò il passo e raggiunse la casa di un suo caro amico, il ricco mercante Yusuf Ibn Zayed. Bussò alla porta e subito comparve il servo portinaio:

- Che desideri di così buon mattino? – chiese non avendo riconosciuto sotto il logoro mantello l’amico del padrone.

- Vorrei vedere il tuo padrone – rispose Ibn Rushd senza aggiungere altro.

- Vado ad avvisarlo – disse il servo piuttosto perplesso.

Il mercante era nelle sue stanze: - Un uomo alla porta desidera vedere il mio signore – disse il servo entrando ed inchinandosi profondamente – Non mi ha detto il suo nome, si direbbe un viandante di modesta condizione e, nel nome del profeta – aggiunse – egli è ben presuntuoso se pensa che il mio signore dia udienza ad ogni viandante che si presenta! -.

Il mercante corrugò la fronte: - Allah comanda di non venir meno ai doveri dell’ospitalità – disse – pertanto sia dato cibo allo straniero, ma tu gli dirai che il tuo padrone finalmente riposa e non può ricevere nessuno. Così infatti riferì il servo e, portò cibo ed acqua al viandante sconosciuto.

Il saggio non disse nulla, ringraziò e seduto in un angolo del cortile consumò il suo pasto, ma il suo sguardo era sempre più triste.

Il capo della carovana che stava per partire, gli si avvicinò incuriosito: - Che strano viandante sei – disse – non ti rallegri dunque per il cibo che ti ha offerto il mio signore e padrone? Egli è generoso con i viandanti. Beato te che puoi andare o restare a tuo piacere! Noi partiremo tra poco e per lunghi giorni non vedremo altro che il deserto, finché arriveremo al verde paese del Ghana. Il sovrano di quelle terre siede su di un blocco d’oro massiccio e i suoi sudditi ci daranno polvere d’oro e avorio in cambio del nostro sale, delle sete, delle perle…Il capo carovana elencò a lungo le ricchezze e le meraviglie del lontano paese e finalmente la lunga fila di cammelli e degli uomini si mosse lentamente, mentre Ibn Rushd, meditando sempre più tristemente su come gli uomini badino all’oro e alle ricchezze piuttosto che alla saggezza, si avviò verso casa.

Passarono alcuni giorni, e alla fine Ibn Rushd prese una decisione che gli parve molto saggia.

Si levò un mattino di buon’ora, chiamò i servi e si fece portare gli splendidi abiti di seta che indossava quando andava a corte, salì sulla cammella bianca dai finimenti dorati e, seguito da un gran numero di servi, si avviò verso la casa di Yusuf.

La porta fu aperta dal solito servo portinaio, che, abbagliato da tanta magnificenza, quasi, balbettava: - O nobile signore Ibn Rushd, scrigno di saggezza davanti a cui io mi confondo, che la benedizione di Allah sempre ti accompagni! Degnati di entrare con il tuo seguito nella umile casa del mio padrone. Subito avvertito, Yusuf scese incontro all’illustre ospite che onorava la sua casa, chiamò i figli e i parenti, mentre i servi cominciavano a portare in tavola i cibi più raffinati e le bacinelle d’argento colme d’acqua e petali di rosa per lavarsi le dita, per rendere omaggio al saggio, al grande Ibn Rushd, cadì e medico di corte, che di primo mattino si recava in visita da un caro amico.

Ibn Rushd ringraziò, sorrise e subito i servi lo servirono delle squisite vivande. Ma ad ogni portata, egli prendeva un poco di cibo e invece di portarlo alla bocca, lo rovesciava accuratamente sullo splendido vestito che indossava.

I commensali si guardavano, sconcertati, ma nessuno osava parlare; che significava tutto questo? – si chiedevano sgomenti. Finalmente il padrone di casa ruppe quel penoso silenzio e disse: - O saggio Ibn Rushd, perdonaci, ma noi qui presenti siamo, al tuo confronto, persone ignoranti e non comprendiamo il tuo comportamento. Degnati dunque, di spiegarcelo, affinché possiamo farne tesoro per il futuro. – Con ansia Yusuf – amico mio – rispose Ibn Rushd – aspettavo la tua domanda e sarò ben lieto di darti una spiegazione. Alcuni giorni orsono, di buon mattino come oggi, mi venne il desiderio di parlare con te. Indossai i sandali ed un vecchio mantello e camminai fino alla tua casa. Ma il servo, vedendo il mantello logoro non mi riconobbe e mi trattò con disprezzo e tu stesso, quando ti dissero che un viandante di umile condizione era alla tua porta ti guardasti bene dallo scendere. Oggi mi sono presentato con gli abiti di corte e sono stato accolto con tutti gli onori: eppure Yusuf, io sono lo stesso uomo! Dunque non io, ma il mio vestito è stato invitato alla tua mensa e gli farei grave torto se non gli dessi quanto gli spetta! I commensali chinarono il capo confusi ed infine Yusuf disse: - Grande è veramente la tua saggezza e un profondo insegnamento ci hai dato con le tue parole. Sovente noi ci lasciamo ingannare dall’apparenza, mentre ciò che conta è la saggezza e la virtù di un uomo, non il suo abito! –

- Orsù amici – disse il saggio sorridendo – non pensiamo al passato e ci sia, quanto accaduto, di insegnamento per il futuro. E tu, generoso Yusuf, dì ai tuoi servi di portare altro cibo perché, se il vestito è ormai sazio, l’uomo che è dentro il vestito è ancora affamato! –".

Ho voluto riportare fedelmente questo racconto perché fermamente convinto che oggi più che mai è indispensabile – per la politica, per la cultura e per la scienza – ritrovare l’attitudine alla riflessione e, con essa, l’antica saggezza di saper vedere oltre l’abito.