IO DONNA – FEMMINILE DEL CORRIERE DELLA SERA

10luglio 2004

 

 

Il mio Oriente ricorda Napoli

 

 

di Oreste Bossani

 

Ieri a Gerusalemme, il Cairo, Beirut, Domani a Damasco. Riccardo Muti Stila le sue note di viaggio lungo le vie più inquiete del Mediterraneo. Le voci nei veicoli, il respiro delle acque, il canto dei muezzin. Che risuona in modo familiare.

 

Sono cresciuto sentendo un naturale trasporto verso il mediorientale. Sia Napoli, dove sono nato, sia le Puglie, da dove proviene la mia famiglia paterna, sono impregnate di cultura mediterranea. Fin da bambini avevo sotto gli occhi l’esempio di questa storia meticcia, specie nell’architettura delle nostre terre, dove spiccano gli elementi arabi. Il nordico Federico II fondò la città di Altamura con l’intento di far convivere arabi, cristiani ed ebrei. Un esempio da seguire, no? Il maestro Riccardo Muti, direttore musicale della Scala, insiste sulle proprie radici. La ricerca dell’identità è una questione complessa e i viaggi forse servono anche a guardare dentro se stessi, specie se ci si muove verso l’Oriente, come è avvenuto per intere generazioni di pittori e di poeti. Ora tocca ai musicisti. Muti è impegnato dal 1997 a stabilire un rapporto che popoli che animano il Mediterraneo, percorrendo con l’Orchestra Filarmonica della Scala le Vie dell’Amicizia  organizzate del Ravenna Festival a conclusione del suo ricco e composito cartellone (www.ravennafestival.org). Quest’anno la meta è Damasco, dove il 25 luglio Muti dirigerà un concerto nel Teatro Romano di Bosra, una delle più impressionanti vestigia del mondo antico conservante in Siria. Il programma è identico a quello seguito due giorni prima a Ravenna: scene della Norma di Bellini e i Pini di Roma di Respighi. Le città visitate negli anni, messe assieme, formano un bell’atlante del Medio Oriente: Beirut, Gerusalemme, Istanbul, Il Cairo. Se aggiungiamo altre mete toccate in precedenza, come Sarajevo ed Erevan, luoghi profondamente segnati dell’Oriente, si comprende come questo progetto costituisca un’esperienza unica e forse irripetibile, considerato un momento storico turbolento in cui ci troviamo.

Un meridionale come si rende conto più facilmente di quanto la nostra civiltà debba a questi popoli, nella lingua, nella filosofia, nelle scienze, persino nella musica. Da giovane, la mia idea di Oriente era densa di mistero e forse un po’ fiabesca, evocata dalle letture di alcune libri”.

Poi è andato in quei luoghi: qual è lo scarto tra l’immaginazione e la realtà?

“per viaggiatori come noi, già l’aeroporto rappresenta il primo accesso a un mondo diverso. Al Cairo o a Beirut ti accorgi subito di un’animazione che non si ritrova atterrando a Oslo. Ma questa immediata vitalità, piena di confusione, profumi e voci, non ha nulla di sorprendente per un napoletano come me. Quand’ero studente, attraversavo i quartieri della vecchia Napoli per andare in conservatorio. Ricordo lo stesso chiasso nei veicoli, le urla dei venditori ambulanti, un’umanità tutta intenta a vivere per strada. In fondo si tratta dello stesso mondo. Il viaggio sul Nilo, poi, mi ha molto impressionato. L’acqua di quel fiume che ha una generosità materna, che nutre tutto. Guardando lungo le sponde sembra che il tempo scorra in modo differente. L’antico e il moderno si fondono a tal punto in un unico scenario, che si ha l’impressione d’essere di fronte al senso stesso della vita e della morte”.

Il paesaggio sonoro, a un musicista, rivela di sicuro qualche particolarità.

“Le invocazione dei muezzin sono toccanti, per esempio, e mi sono reso conto di come le loro voci scuotano in maniera prodigiosa le persone. Del resto non mi stupisce, ovunque il canto è l’espressione più immediata dell’essere. Spero di non essere frainteso se affermo che le invocazione dei muezzin e le intonazioni dei venditori ambulanti, come da noi, si assomigliano parecchio. Entrambi strumenti semplici ed efficaci per ammaliare chi ascolta. Anche l’opera, in definitiva, nasce da queste espressioni popolari”.

Cosa pensa della loro musica?

“ogni musica nasce delle radici profonde di un popolo, e va rispettata, anche se non riusciamo a coglierne le bellezza con la stessa intensità. La musica araba per esempio si fonda su basi diverse rispetto alla nostra, ma esprime altrettanto compiutamente i sentimenti delle,persone. Il nostro scopo, comunque, è portare a questa gente la nostra musica e un pezzetto del nostro modo, che i giovani del resto conoscono già attraverso la tivù”.

La musica europea è conosciuta?

“Nel mondo arabo si studia la musica e ritrovano ragazzi ben preparati. A Damasco, per esempio, dedicherò un paio di giornate a dirigere i giovani del Conservatorio. Ma la nostra ambizione è porgere un gesto di pace e di amicizia a popoli che hanno molto sofferto, o sono ancora incerti del proprio destino. In ogni viaggio, come d’abitudine, sono integrati in orchestra anche musicisti dei Paesi che ci accolgono. L’anno scorso, al Cairo, si unirono a noi alcuni strumentisti del Teatro dell’Opera, che suonavano proprio davanti a me. Mi ha colpito la loro capacità d’intuire immediatamente il messaggio interpretativo. L’esperienza più toccante, in questo senso, è stata forse il concerto tenuto nel 2001 prima a Erevan e poi a Istanbul, al quale partecipava sia musicista armeni, sia turchi. C’è un’inimicizia profonda tra i due popoli, dopo la terribile vicenda del genocidio, che i turchi negano. Eppure in quel caso si sono ritrovati a fare musica insieme.

A proposito di 2001, dov’era l’11 settembre?

2In albergo, a Torino, prima di un concerto con la Filarmonica. Guardavo le immagini in diretta e mi sembrava l’inizio della fine del mondo. Ricordo l’angoscia, non sapevo decidere se annullare il concerto. Alla fine, scegliemmo di suonare, perché ci sembrava giusto dare un segnale di vita”.

Siete andati nel mondo arabo prima o dopo dell’11 settembre. Che cosa le sembra cambiato?

“Già viaggiare è diventato molto più complicato. I grandi problemi che prima riguardavano i problemi, oggi influiscono anche nella vita quotidiana. Siamo consapevoli di questo, e non affrontiamo questi viaggi come se fossero una gita. Ma non ho mai provato un senso di pericolo, forse perché guardavo alla vita con un po’ di fatalismo”.

Cosa porta con sé di questi viaggi?

“Di quel mondo amo molti aspetti, compresa a fantasia e la verità di sapori della loro cucina. Ho apprezzato poi in modo particolare la calorosa umanità delle persone semplici,che ci hanno accolto con curiosità e magari speranza. Anche se il mondo arabo mantiene le sue radici, le sue tradizioni, il rigore interiore delle religione musulmana, l’esperienza mi ha confermato l’esistenza di un fitto intreccio di rapporti con la nostra civiltà. Il messaggio che rivolgiamo agli europei, con nostri viaggi, è che non bisogna inasprire le differenze.