10 luglio 2004
Vorremmo che “Stracciando i
veli” fosse una mostra d’arte come le altre. Una collettiva di pittrici legate
da qualche denominazione comune, che si presentano al pubblico in attesa serena
di giudizi di critici e visitatori. E sarebbe bello osservare queste opere, che
saranno esposte da lunedì prossimo alle 19 nella sala d’Ercole di Palazzo
Reale, a Napoli (dove resteranno fino al 15 settembre),con la consueta e laica
capacità di giudizio, senza che questa possa essere rilanciata da altri
fattori.
Eppure già sappiamo che così non
sarà, e non per intromissioni lobbistiche o forzature organizzative. Ma per la
semplice ragione che di fronte a queste opere non potremo tutti che amare il
coraggioso lavoro delle diverse autrici al di là della qualità tecnica e
concettuale dei singoli manufatti. “Stracciando i veli” il cui sottotitolo è seccamente,
ai confini della didascalia, “Rompendo le barriere”, è infatti una collettiva
di donne artiste del mondo islamico, giunta a Napoli in occasione del decennale
della Fondazione Laboratorio Mediterraneo e veicolata in un tour internazionale
della Royal Society of Fine Arts di Amman e della Jordan National Gallery OF
Fine Arts. Un evento – fra l’altro – che cade proprio all’indomani della
delibera dell’assessore regionale all’Istruzione Adriana Beffardi che prevede
la possibilità di festeggiare durante l’anno scolastico anche le ricorrenze
islamiche, ebraiche e di altre religioni oltre che cristiane.
Dalla Giordania quindi, uno dei
paesi che con più ostinazione sta cercando nei terribili tempi attuali di non
perdere un filo di un dialogo permanente e “normale” fra Medio Oriente e
Occidente, arriva un progetto di immenso valore conoscitivo, che raccoglie in
sé valenze etniche, religiosi e culturali, riconoscibili in ben settanta opere
di cinquantuno artiste provenienti dai principali Paesi del Mondo Arabo. Ora il
dato, che dovrebbe essere del tutto influente sul piano delle valenze
estetiche, ritrova un significato che va ben oltre le opere stesse in quanto
frutto della creatività di donne che danno voce alla fantasia rompendo schemi
rappresentativi, stereotipati e pregiudiziali, legati all’immagine velata così
prepotentemente ritornata di moda in questi ultimi anni, l’arte diventa così,
ed il valore catartico dell’impresa è sin troppo evidente per essere qui
riaffermato, un mezzo per rimuovere e lacerare, quei veli materiali e
metaforici, che hanno spinto in direzione del silenzio, della negazione
sociale, dell’0assenza di diritti e di partecipazione. Questo, ovviamente,
tendendo dentro il ragionamento le responsabilità dei luoghi di provenienza, ma
anche di quelli occidentali spesso troppo segnati da visioni superficiali e
liquidatorie nei confronti di un
orizzonti così complesso come quello dell’Islam visto in prospettiva femminile.
Ore in molte delle artiste
scelte per la mostra, appare significativo il percorso di formazione, che molto
spesso si incrocia con studi svolti in città europee ed americane, senza che
questo rappresenti di per sé una rinuncia alle proprie matrici. Anzi nel lavoro
di queste donne è piuttosto chiaro l’emergere di un senso si appartenenza, di
condi8visuine culturale con un mondo che non è mai rigettato, ma anzi
valorizzato proprio nella sua interazione con altri tipi di suggestioni. In
particolare quelle figurative, in cui la rappresentazione di uomini e donne,
generalmente poco usata dalla più geometrizzazione e astrattistica arte
musulmana, ritorna, senza che questo rappresenti però una capitolazione formale
edonistica e autogratificante. Pensiamo alle immagini spirituali ed ecologiche
dell’egiziana Mariam Abdul Aleem, e delle forme indefinite, fra sogno e realtà,
della giordana Nawal Abdullah. E ancora i monocromi problematicamente femminile
della pakistana Mehr Afrore o i lavori “identitari” e simbolici della turca
Tomur Atagok.
Fra le curiosità di questo
variegato universo espressivo c’è la più giovane espositrice, la giordana
Karima Bin Otham, trentaduenne, che ha studiato in tre accademie italiane,
quelle di Firenze, Bologna e Milano, autrice di maschere variopinte, la
palestinese Rana Bishara che ha scelto il cactus come referente e testimoni del
suo popolo, e Lisa Fattah, di origine svedese, ma sposata ed uno scultore
iracheno, Ismail Fattah, incontrato proprio all’Accademia di Belle Arti di Roma
frequentata da studentessa.
E ancora: Tina Ahmad, nata a
Bangladesh, dipinge donne “invisibili” o almeno considerate tali dalla loro
società. Etel Adnan, dal Libano, laureata in filosofia alla Sorbona di Parigi,
ha lavorato anche negli Stati Uniti: è scrittrice, poetessa, critica letteraria
e giornalista, alla ricerca del rapporto tra scrittura e arte, ha illustrato
molti libri di poesia di noti poeti arabi.