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Giovanni, custode di Napoli e del Mediterraneo
di Michele Capasso*

Il delicato lavoro artigianale di “architetto costruttore di pace” mi ha spinto, nell’ultimo decennio, ad effettuare lunghe e dense missioni lungo i bordi del Nostro Mare-Lago per promuovere il dialogo tra le società e le culture della regione euromediterranea: Atene, Rodi, Istanbul, Nicosia, Kerynia, Beirut, Amman, Cairo, Marsiglia, Casablanca, Tangeri, Gerusalemme, Aqaba, Tel Aviv, Ramallah, Ibillin, Aleppo, Sidone, Byblos, Rabat, Salè, Tunisi, Barcellona, Marsiglia, Malta, Gibilterrra, Chania, Simi, Salonicco, Spalato, Trieste, Dubrovnik, Tripoli…
Al rientro da queste missioni vado spesso sulla spiaggia di Donn’Anna dove, sui bordi del Bagno Elena, mi riceve Giovanni. In questo luogo antico vengo accolto, nel corpo e nello spirito, da questo “custode di Napoli e del Mediterraneo” che ha saputo, più di ogni altro, trasformare l’ “Amore per il Potere” nel “Potere dell’Amore”. E in questo senso Giovanni è un “Potente”: mi coccola, chiede i risultati del mio lavoro, implora affinché mi prenda cura di me, mi riempie di affetto guardandomi con occhi intrisi di antica saggezza.
Un giorno osservo con Giovanni l’orizzonte “disegnato” prepotentemente dal Palazzo Donn’Anna sulla destra e dal Vesuvio con la penisola sorrentina sulla sinistra. Iniziamo un discorso “filosofico” sul senso di fallimento del mondo: “Ogni mattina – mi sussurra - leggendo i giornali mi sembrano tutti impazziti, ho la sensazione che il mondo crolli e che non valga la pena di vivere se non alla giornata….poi guardo questo scenario, la “mia” spiaggia, il Palazzo Donn’Anna, il “mio” mare, il “mio” orizzonte e mi sento protetto e ritemprato: pronto a ricominciare”. E chiede la mia opinione. “Non è un bel mondo – gli rispondo – e non è eccitante né promettente. Potremmo quasi dire che la storia stia per finire, che siamo tutti ai margini o al centro di una grande esplosione causata da una miscela distruttiva incontrollabile. Di fronte a questa sensazione abbiamo due scelte: o vivere senza futuro pensando che siamo agli sgoccioli; oppure aprire lo sguardo della nostra mente e della nostra anima ad un orizzonte molto vasto capace di comprendere la storia e il futuro. Dobbiamo essere capaci di produrre umanità e felicità, alimentando noi stessi e tutto ciò che ci circonda. Qui al Bagno Elena e a Donn’Anna, la memoria dei luoghi si coniuga al futuro: è un grande laboratorio di umanità che produce felicità”.
Guardo il mare seduto tra Giovanni ed il suo cane Nerone e penso alla disperata, eroica immensità atlantica ed alla mia personale intolleranza verso quell’orizzonte infinito e, allo stesso tempo, statico; rifletto – da architetto - sui livelli di addomesticamento dell’infinità dell’orizzonte. Per essere fecondo e produttivo l’orizzonte deve essere disegnabile in un eleganza circoscritta; come questo che si gode dal Bagno Elena: la città, il porto, il Vesuvio, la penisola sorrentina e solo laggiù, tra punta Campanella e Capri, l’ultimo orizzonte. Solo verso quel piccolo tratto di mare è possibile immaginare rotte infinite (è questa la grande libertà del Mare: non vi sono strade predefinite!):Tunisi, Algeri, Alicante, Tangeri, e, dopo Gibilterra, le Americhe.
Al Bagno Elena e a Donn’Anna si riproducono in un microcosmo di umanità, luci, sapori e saperi, ricchezze e debolezze di Napoli e del Mediterraneo. Un enorme capitale sociale e umano che costituisce la vera risorsa della città, l’ ”Anima della città”, la capacità di accogliere e di respingere, di attrarre e di espellere. In questo luogo, sullo sfondo dolce e austero del Palazzo Donn’Anna, Giovanni è il sacerdote di relazioni antiche che perpetuano il senso e la visione della vita in un mondo globale invaso da un sistema di “misure” e dimentico dei “veri valori”, in cui si pratica di più “l’identità dell’essere” e si abbandona “l’identità del fare”, la sola ad assicurarci il senso della vita.
Questa spiaggia è una calamita che ci accoglie e ci manda via saturi di serenità: una pulsazione infinita, un ricco movimento guidato dal ritmo dei colori, della luce, del sole, del vento, della pioggia, degli umori, dei sapori…In questo luogo capace di trasformare le nostre anime si vive in un rivolo infinito di impressioni e di culture: palazzo Donn’Anna, Napoli, il Vesuvio, Sorrento, Capri, il Nostro Mare..
Giovanni è il custode di una memoria urbana che meglio esprime il senso profondo di Napoli: una città dolce e violenta, aperta all’altro e chiusa in se stessa, nella propria rabbia e nel proprio orgoglio, nell’alternarsi di contraddizioni che costituiscono la sua ricchezza e, allo stesso tempo, la sua debolezza.
Giovanni difende questo luogo e, con esso, Napoli: vorrebbe evitare tutte le violenze urbane che si perpetrano verso questa città e, spesso, mi mostra le ennesime costruzioni abusive sulla collina o i colori accecanti di una facciata rifatta male. Mi ricorda l’amico Mohamed Choukri, scrittore marocchino della regione di Rif ed ex muratore, rimasto analfabeta fino all’età di vent’anni: nel suo libro più bello Il pane nudo, parla soprattutto di Tangeri, la sua città. “Qui – dice Choukri – vivo un’intimità con le memorie, con i luoghi, con i miei personaggi. Amo questa città, da lei non potrei mai divorziare: cerco sempre un pretesto per ritornarci. È come una bellissima donna, che tra poco sarà violentata se penseranno di realizzare il tunnel sotto lo Stretto di Gibilterra. Per la mia Tangeri sarà come perdere la verginità”.
Non è la prima volta che una città mediterranea viene associata ad una donna: mille città, “mille donne” di antica e diversa bellezza, segnate da numerose righe che le consegnano ad un presente privo d’identità. Durante i passati decenni, con modalità ed intensità molto diversificate, queste rughe ne hanno spesso modificato il volto: l’incremento demografico, la debolezza delle istituzioni locali (nel tutelare e valorizzare, tra l’altro, il capitale sociale e umano), la mancanza di progettualità e l’aggressività degli speculatori hanno impedito che la crescita delle città fosse regolata da idee, e tanto meno, da leggi.
Prima accennavo al paragone delle città ad un essere umano, ad una donna: ciò lo si riscontra ancora di più a Napoli. Nel libro “La Città Porosa” Francesco Venezia riafferma questo concetto paragonando Napoli ad un grandissimo corpo in costante rapporto “fisico” con i suoi abitanti. D’altra parte nella tradizione popolare, ancor oggi vivissima, il muoversi dentro Napoli è indicato dall’uso di preposizioni come abbascio, ‘ncopp, ‘for, in luogo di piazza, via, largo, vicolo e via dicendo in uso in molte città: in dialetto si dice “for’ a Marina”, in luogo di “a Via Marina”;
“ ‘ncopp o Vommero”, “abbascio à Sanità” e così via.
Questa similitudine consente di paragonare l’azione degli architetti e degli urbanisti a quella dei medici per un essere umano, con la conseguente assunzione di più alte responsabilità e di un codice etico comportamentale. “Curare” il cuore e il corpo delle città mediterranee e di una città come Napoli richiede altresì un coordinamento ed un’assistenza – quasi una “manutenzione programmata” – anche dopo la puntuale realizzazione degli interventi progettati per la soddisfazione dei bisogni degli abitanti. Questo perché la città, anche per effetto della globalizzazione, è in continua evoluzione.
Ed è “abbascio da Giovanni” che un giorno discuto con una studiosa algerina amante del mare:
“Come accade da molti anni, ed ancora per molto tempo – inizio così la mia conversazione - gran parte della popolazione si concentrerà ancora di più nelle città mediterranee. Non sarà semplice viverci. Avremo sempre di più anziani trascurati, giovani con pochi punti di riferimento, feroci somatizzazioni da stress urbano, aria irrespirabile, acque di fiumi e di mari inquinate. Queste città correranno il rischio di essere l’incarnazione di un aberrante processo sorretto esclusivamente da potere politico ed economico e dalla legge crudele dell’economia di mercato. Partendo dall’uomo occidentale, la vivibilità potrà essere sacrificata - se non distrutta – dall’affermarsi in maniera dissoluta delle idee di proprietà e di profitto ad ogni costo: una droga che finirebbe col distruggere definitivamente la natura, l’ambiente, l’uomo”.
Giovanni ascolta, anche se ignora alcuni concetti, attratto da ogni parola. E la mia amica incalza: “Vivibilità come progetto significa tutelare innanzitutto il capitale sociale e le relazioni umane, e, da questo punto di vista, il Sud, il Mediterraneo, costituiscono un’efficace strumento di difesa”.
Il Bagno Elena costituisce per molti di noi il “pensatoio”, il luogo in cui riflettere: in bilico tra passato e futuro, tra il libeccio e i computer, è stato e sarà un laboratorio di pensiero e di ricerca.
Un giorno d’estate giungo al Bagno Elena direttamente da Capri via mare, trasbordando sulla piccola barchetta di salvataggio. Insieme a John.
È un amico americano desideroso di vivere solo a casa sua, ad Anacapri. Questo amico è poco incline a Napoli. Conosce, di questa città, unicamente il tratto di strada che dalla stazione di Mergellina conduce agli aliscafi per Capri.
John, durante dodici anni di conoscenza, si è sempre rifiutato di visitare Napoli. Per lui è sempre esistita l’isola di Capri o, al massimo, Positano. Quel giorno mi impongo e l’obbligo a visitare Napoli attraverso la “porta” del Bagno Elena, sotto lo sguardo del “custode Giovanni”. Un impatto indimenticabile: il discorso in inglese con Mamma Mary, l’accoglienza calorosa con cibo e vino di Mario e Antonella, la grande massa umana che invade la spiaggia ogni estate.
Giovanni mi sollecita: “Se l’amico non ha visto Napoli e avete poco tempo, non è il caso di perderne altro quaggiù.. portatelo nel Centro Antico e a Piazza Plebiscito, raccontategliela a modo vostro e nun v’ scurdat ‘a storia do lione”
John si è rapidamente rinfrescato e sale la bianca scala che dal Bagno Elena porta alla via Posillipo. E’ questo il suo primo impatto con Napoli. Poco dopo siamo davanti al Palazzo Reale.
Intorpidito dal caldo umido, cammino come un automa in una piazza Plebiscito deserta, con le scarpe arroventate dal basolato che sembra, così, ricordare le sue origini laviche incandescenti. Il mio amico è affascinato dall’inconsueto splendore dei luoghi e si pente per essersi in passato rifiutato di vedere Napoli. Comincia a tempestarmi di domande. Forse perché “drogato” dal caldo e dalla forte umidità, mi accorgo di essere preda di una specie di amarcord, che spinge fuori dal mio animo ogni ricordo, ogni sapere su questa piazza e sulla mia città.
“Chi sono questi signori? ” è la prima curiosa domanda che ricevo nell’osservare le otto statue erette e le due a cavallo.
Rispondo subito: “ Sono dieci re!.”
Un barlume di lucidità mi fa ricordare che Carlo di Borbone compare due volte, a piedi e a cavallo e che quindi i re sono nove. A questo punto sono incastrato. John è curioso come un bambino, non si accontenta di descrizioni sommarie.
“ Conosci la storia di queste due statue a cavallo? ”
“ Si, credo di ricordare. Una storia curiosa e divertente. La statua di Carlo di Borbone a cavallo non è a lui destinata ed originariamente rappresenta Napoleone. Viene commissionata al Canova da Giuseppe Bonaparte, re di Napoli. L’avvento di Ferdinando di Borbone è più veloce del completamento della statua del nemico. Chiunque, al posto di Ferdinando, l’avrebbe fatta distruggere: ma lui ritiene di utilizzare il cavallo e incarica Righetti di sostituire il cavaliere…”
Ci avviciniamo al grande porticato ad emiciclo che si protende ai due lati della basilica di San Francesco di Paola: ed anche qui John mi chiede una cosa apparentemente ovvia, ma che nel penetrarla, stimola una risposta, come di consueto, strana e singolare.
“Come mai manca un leone da quest’ultimo basamento?”
A questa domanda non rispondo con immediatezza. Inizialmente penso di cavarmela con un “non lo so”. Ma questa interminabile afa impedisce alla mia mente di imporsi: ed è così che la memoria – cosa di cui non ho mai difettato – tira fuori una storia, su questo leone, da me letta sui giornali tempo fa.
“Caro John, preparati ad ascoltare un’altra storia particolare che Giovanni ama molto.
Napoli, inizio di settembre 1975. Don Pasquale, ex contrabbandiere e parcheggiatore abusivo di piazza Plebiscito, confida ad un cronista de “Il Mattino” che il basamento finale, sul lato sinistro del colonnato, è privo del leone di pietra. Dopo alcune verifiche il giornale titola, in prima pagina: “Hanno rubato un leone di pietra da piazza Plebiscito”. Lo scandalo si diffonde e l’inchiesta si allarga, insieme allo sdegno dei napoletani. Dopo alcune settimane uno studioso di eventi napoletani si presenta ai giornali esibendo alcune vecchie stampe: in una di queste, datata 1840, si vede chiaramente che mancava il leone di pietra dall’ultimo basamento fin dal giorno dell’inaugurazione. Quindi mai nessuno ha rubato il leone, perché su quel podio non c’è mai stato…”
Ci avviciniamo al Caffè Gambrinus. John è affascinato dall’atmosfera e dai colori crepuscolari di questo scorcio di città compreso tra piazza Trieste e Trento e piazza Plebiscito e dice:
“Ha ragione Giovanni ad insistere perché venissimo qua. Questo Caffé profuma di storia: ho quasi timore a chiederti le sue origini, è davvero bellissimo!”
“Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento questo Caffè è la massima espressione della vita culturale. È la porta d’ingresso alla Piazza. Nel corso dei secoli qui è una specie di arena, delimitata dagli edifici, dal pavimento di pietra e dal cielo: pronta ad accogliere migliaia di napoletani provenienti dai vicoli e dalle viuzze a monte di via Toledo. Un altro locale, il Caffè Turco, si trova dall’altro lato della piazza. Questi due Caffè si dividono gli eventi culturali e musicali d’inizio secolo.Vieni, John, sediamoci a questo tavolino e prova ad immaginare…
Mercoledì 1 settembre 1906. Al Gambrinus l’orchestra delle Dame Viennesi suona i più bei valzer di Strauss. Ai tavoli bella gente gusta dolci, gelati, caffè, granite, taralli. Poco distanti, lazzari e pezzenti, golosi e impotenti, osservano. Chiacchierio si diffonde.
È sfavillare di capelli, merletti, stoffe, corpi: sembrano comparse di grande spettacolo teatrale.
Sul lato opposto della piazza la pedana del Caffè Turco di Salvatore Fiocca ospita soubrettes, caratteristi, cantanti e macchiette. La locandina annuncia una Serata d’onore del direttore artistico Alfredo Cavaliere e grandiosa audizione delle migliori canzoni di Piedigrotta.
Questa sera Mongelluzzo canterà Embè e già, E cappielle d’’e femmene e Mariuccè, Leopoldo Buono commoverà con Catarì, Nun chiagnere Carmè, Ammore ‘e marenaro e Roma Fulgar delizierà con Nun me lassà, Quanno cantava ammore, Senza catena..
Ma ecco sopraggiungere la folla di Piedigrotta. Clamore e musica invadono la piazza. Un urlìo incessante, ritmato dal rumore secco di mille tamburelli a sonagliera, dallo strofinio di mille pentole, dal picchiare strani oggetti deformi, dal soffiare mille fischietti. Tutto viene usato per fare rumore: bicchieri, bottiglie, pentole, cucchiai, forchette, mestoli, coperchi, tamburi, assi di legno, triadi di ferro.
Centinaia di trombette di carta pernacchiose si puntano alle facce, alle orecchie, agli occhi, ai nasi di tutti. La folla, tra mille bancarelle, tra le pedane dei due caffè, diventa smorfiosa, rissosa, ingorda…”
L’amico è estasiato e la sua mente vagola ancora in quella Piedigrotta festaiola del 1906. Lo riporto alla realtà offrendogli una coppa gelato mentre lui dice:
“Spero di recuperare il tempo perso: devo ringraziare te ed il tuo amico Giovanni per avere insistito. Con i suoi capelli bianchi e la sua dolcezza severa sembra ‘il custode di Napoli, anzi del Mediterraneo ” .
Chi ragiona oggi sul Mediterraneo senza un orizzonte vasto fa un lavoro sprecato: non c’è mai stato un plausibile confine tra questo mare, l’Europa ed il resto del mondo ed i popoli che vi si affacciano o che vi convergono sono destinati a dialogare e condividere uno sviluppo comune nel rispetto delle diverse culture e civiltà.
Giovanni, vedendomi spesso afflitto per le tragedie che insanguinano questo mare, mi dice: “Non vi preoccupate, ci sto io a custodirlo, giorno e notte, guardate com’è bello: non può essere luogo di scontro. Questo mare racconta la gioia, non è l’oceano. Come si può fare, archité, a farne un mare di pace? ”
Rispondo: “Non ci sarà pace se non ci sarà sviluppo condiviso e dialogo tra le società e le culture: per comporre ed equilibrare questa miscela occorre un’azione forte e decisa, perché rivolta al futuro e fondata sulla speranza che i popoli del Mediterraneo possano acquisire una pace duratura; lavorare per la ricostruzione industriale, economica, sociale e politica dei loro Paesi, nei limiti delle frontiere oggi riconosciute; vivere le loro differenze in perfetta armonia e con uno spirito di tolleranza, dialogo e libertà”
“Non capisco tutte le parole” incalza Giovanni “ ma capisco il senso: continuate, vi prego”.
Ed io: “Il dialogo e la mediazione devono prevalere sulle soluzioni militari.
Si tratta, caro Giovanni, di una sfida politica, economica, sociale e culturale che coinvolge tutti noi.
L’interdipendenza tra uomini, società e spazi è ormai la norma e le mutazioni scientifiche e tecnologiche, la globalizzazione industriale, economica e finanziaria, la circolazione immediata dell’informazione conducono l’umanità intera verso un futuro di omologazione. Ciò non significa affatto verso un destino comune, anzi: le ineguaglianze e le povertà che si aggravano nel mondo ne sono la prova. Quando gli scambi internazionali si diffondono e si ingigantiscono gli Stati, ma specialmente i cittadini, hanno la sensazione di vedersi sottrarre la gestione del proprio mondo e si sentono imporre una "monocultura". Di fronte a questa perdita d’identità, specialmente nel Mediterraneo, grande è la tentazione di rifugiarsi in se stessi, di cristallizzarsi su valori arcaici radicati nel passato, in un clima di intolleranza che spesso conduce al fanatismo, all’odio, al rigetto dell’Altro. Se vogliamo evitare che la guerra fredda di ieri si trasformi oggi in un suicidio cultuale, agevolato da massicci movimenti migratori internazionali, occorre – nel senso più ampio del termine – democratizzare la mondializzazione prima che la mondializzazione snaturi la democrazia.”
E Giovanni conclude in napoletano: “Io non comprendo tutte le cose complicate che dite, so una cosa sola: i popoli che si affacciano su questo mare, all’alba di questo nuovo millennio, devono chiudere definitivamente con un passato tragico ed esaltare tutta la loro ricchezza ed il loro grande patrimonio, che hanno costituito e costituiscono un universale valore per tutta l’umanità”.
Senza accorgercene siamo arrivati dentro i meandri di Donn’Anna, nella parte incompleta dove l’umidità penetra tutto: il muro e la pietra, il legno, il ferro e pure l’anima. Osserviamo una trave fradicia rigonfia d’acqua con fasce di ferro corrose dalla ruggine. “Archité guardate che bei colori ha questa ruggine: nera, rossa, dorata. E’ sfarzosa, sembra quasi una doratura”.
Un altro regalo del mare. Del Mediterraneo. E di un suo custode. Giovanni.

* Architetto e ingegnere, presidente della Fondazione Laboratorio Mediterraneo

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