"IL DENARO"

12 giugno 1999

L’inutile traguardo di una guerra inutile

La Nato, gli Usa e l’UE
escono intaccati nel loro prestigio

di Michele Capasso

Roma, giugno 1999. In questi giorni si sta cercando di camuffare, ancora una volta, il fermo di una guerra disastrosa definendolo "pace". Il destino di migliaia di innocenti è nelle mani di tecnici e militari che dovranno risolvere problemi non semplici per assicurare il controllo di un territorio ed il ritorno a casa – ma quale casa? – dei poveri kosovari. La patologia non considerata e non curata del nazionalismo balcanico peserà sulla ricostruzione e sull’integrazione di questi popoli nel resto dell’Europa. La caduta del muro di Berlino e la conseguente disintegrazione del comunismo ha creato un vuoto che, specialmente per i paesi della ex Jugoslavia, andava immediatamente colmato. È nato cosi il comune denominatore di diversi nazionalismi; riunire tutti i membri di un’etnia in uno stato sovrano quale potrebbe essere la Grande Serbia, la Grande Croazia, la Grande Russia, la Grande Albania, la Grande Ungheria, ecc. Quelli che avrebbero dovuto spiegare questa follia lo hanno fatto con lo stesso sistema mentale e sociopatologico intriso di retorica. Molte caratteristiche personali dei leader dei movimenti nazionalistici sono simili: si tratta di persone frustrate o, addirittura, di psicopatici. I loro seguaci sono reclutati tra criminali, assassini, ultras e bande di strada: alcuni di questi, come nel caso della ex Jugoslavia, vengono addirittura considerati "eroi nazionali". Vlatko Sekulovic è stato uno degli organizzatori delle proteste studentesche in Serbia nel 1992 ed è deputato dell’opposizione democratica nel parlamento serbo. Sostiene che il nazionalismo serbo è caratterizzato da un odio atavico nei confronti delle altre etnie, in modo particolare verso i croati e gli albanesi e, in generale, verso tutti i musulmani.

Aprile 1991. Belgrado. Un alto funzionario del parlamento serbo – tuttora al potere – dichiara fiero: "Noi serbi siamo odiati dai croati, gli sloveni non ci amano, i musulmani ci odiano, i macedoni non ci amano, gli albanesi ci odiano. Ma, noi serbi, grazie a Dio, siamo cosi numerosi che nessuno ci può far niente". Il clima per la guerra nella ex Jugoslavia – il cui epilogo è sotto i nostri occhi, passando per Sarajevo, Gorazde, Srebrenica, ecc. – è stato preparato con slogan come questi e da altri, quali: "I serbi sono un popolo santo ed il Kosovo è la terra santa dei serbi". Da queste tesi, apparentemente primitive, si e giunti in breve tempo ad una completa dottrina fanatica. Tutto ciò che sta accadendo nella ex Jugoslavia è il frutto di tale folle ideologia neonazionalistica, che comincia e finisce con un’unica regola: "il fine giustifica i mezzi". Durante la guerra in Bosnia una delle esponenti più accanite dei nazionalisti serbi dichiarò: "Non importa se in questa guerra moriranno sei milioni di serbi, se gli altri sei milioni vivranno nella Grande Serbia". Siamo, dunque, di fronte ad uno stato sociale patologico che ha posto a base del nazionalismo "verità assolute" che non è possibile discutere. Quando la comunità internazionale rifiuta queste verità e condanna la Serbia, perché ritenuta responsabile delle guerre e degli eccidi in Croazia, Bosnia e Kosovo, gli esponenti del regime tentano di trovare soluzioni politiche ma a patto che "il mondo riconosca che la Serbia ha ragione". Dal momento che è difficile argomentare che tutto il mondo ha torto e che solo la Serbia ha ragione, ecco l’inevitabile conclusione che "la Serbia è vittima di un complotto internazionale da parte di costruttori di un nuovo ordine mondiale". Se oggi, quando sembra plausibile la sospensione dei bombardamenti – da non confondersi con la pace – abbiamo difficoltà a capire le ragioni di questa piaga nazionalistica che ha ricondotto un pezzo importante d’Europa indietro nella storia, possiamo almeno esprimere la nostra determinazione, il nostro sdegno morale, la nostra condanna intellettuale. Il prezzo enorme e terribile pagato da innocenti – siano essi kosovari, albanesi, serbi o altri – è dovuto anche alle esitazioni, ai dubbi ed alle ipocrisie che si sono manifestati e si manifestano, purtroppo, in Europa e nell’Occidente nei confronti del neonazionalismo. Questa povera gente è vittima di Milos]evic´ prima e della nostra dissennatezza poi. Comunque vada a finire questa triste pagina di fine millennio, il prestigio degli Usa, della Nato e dell’Europa ha subìto danni difficilmente riparabili.Vediamo perché.

Per prima cosa, la strategia di questa guerra non è comprensibile. È stata realizzata una "guerra umanitaria", ma a "zero morti" (occidentali): che poi si debbano contare decine di migliaia di vittime "a latere" – serbi centrati da bombe "intelligenti", albanesi trucidati dalle milizie serbe, kosovari vittime di morte e deportazione – questo sembra contare meno della vita di un soldato della Nato. Siamo ancora "umanitari" se operiamo una distinzione netta tra popoli occidentali eletti alla vita e popoli balcanici destinati al macello?

Secondo argomento è la popolarità e stabilità dei nostri governi. Essa viene prima di ogni altra cosa, prima delle stesse popolazioni che vorremmo aiutare. È qui che appare la chiave del disastro politico-strategico. Come ha scritto qualche giorno fa Lucio Caracciolo su "La Repubblica", i nostri leader politici, per motivi generazionali, non hanno fortunatamente sperimentato la guerra e "tendono ad affrontare questioni strategiche e militari con lo stesso parametro della politica di casa". Non si può fare la guerra come si fa politica interna. Quest’ultima è concepita e praticata come un fine in sé. Esattamente il contrario di qualsiasi azione bellica che deve essere diretta ad un preciso percorso di pace. In democrazia l’unica giustificazione della guerra è raggiungere un obiettivo politico vitale: qual’è quello posto a base della guerra in Kosovo? Difficile dare una risposta convincente. Questa tragedia potrà, forse, servire all’Europa, alla Nato e agli Usa come stimolo per ricercare una nuova identità: quella del dialogo, del rispetto, della pace.

Venerdì 4 giugno 1999. Ore 14. Nella piccola chiesa di Maschito – una comunità di origine albanese in provincia di Potenza – si celebrano i funerali di Elisabetta Benvenuto (mia suocera). L’intera popolazione è presente. L’anziano parroco don Francesco ripercorre la vita difficile di una donna che ha perso il marito in giovane età e che ha lottato con le difficoltà di una nuova vita a Napoli e, poi, con la malattia. Il bisbiglìo delle vecchiette durante la messa, il mescolarsi di preghiere in latino con parole in albanese, il rimpianto per una persona che "aveva donato pane e viveri" durante la guerra e che aveva difeso esseri semplici – quali cani, gatti e uccellini – danno il valore di un’identità. Quella stessa identità che nel Kosovo si è tentato di annientare. Speriamo di ricostruirla presto, sapendo che l’unica alternativa sarebbe la deriva mediterranea, la balcanizzazione dell’Italia e dell’Europa, la disfatta politica e morale dell’Occidente.