“IL MATTINO”

 

19 novembre 2002

 

De Martino, Napoli e il Sud

di Titti Marrone

Quando capì dove portasse davvero il «nuovo corso» socialista inaugurato dalla svolta del Midas, Francesco De Martino fece la sua scelta, e fu per Napoli. Da vero gentiluomo del Sud, depose le armi della politica attiva ma senza rinunciare a quelle della critica. Così la casa di via Aniello Falcone spalancata sul mare e tappezzata di libri diventò per il professore quartier generale del pensiero, sempre visitata da amici e compagni devoti. «La casa del professore», con il figlio Guido al piano di sotto, fu anche il rifugio in cui ambientare una delle sue passioni, i tressette del giovedì, e il luogo in cui trarre conforto dalle proprie profonde radici napoletane. Radici alimentate anche da un rapporto con la natura vissuto in pieno nelle irrinunciabili battute di caccia nelle campagne del Volturno, e nelle uscite in barca da Monte di Procida, dov’era la casa dei giorni di festa.
«Cose così sono possibili solo in Campania, a Napoli», diceva il professore. A Napoli, del resto, era rimasto legatissimo anche negli anni romani, e non solo per esserci nato, da Armando e Elisa Angrisani, i cui nomi, com’è d’uso nelle famiglie legate alle buone tradizioni, avrebbe trasferito a due dei quattro figli. Ma Napoli era stata per De Martino innanzi tutto il luogo degli studi, della laurea in Giurisprudenza nel 1933, poi dell’insegnamento di Storia del Diritto romano e di Papirologia giuridica alla «Federico II». E poi fu la città dove il ragazzo De Martino nacque alla politica: aveva 17 anni quando il delitto Matteotti lo scosse al punto da farlo partecipare all’agitazione dei più liberi tra gli studenti. La sollecitazione verso l’esperienza concreta procedeva di pari passo con la pratica di avvocato nello studio legale di Enrico De Nicola, e fu quella che nel 1943 portò De Martino ad aderire al partito d’Azione. Prima segretario della sezione napoletana, poi di quella regionale, De Martino ebbe punti di riferimento come Carlo Rosselli, Gaetano Salvemini, Guido Dorso, inerlocutori come Emilio Lussu, Manlio Rossi Doria, Tommaso Fiore, Carlo Levi: gli uomini, cioé, che posero sul tappeto la questione Sud quando all’ordine del giorno fu la ricostruzione democratica del Paese. Al congresso di Cosenza del partito d’Azione nell’Italia liberata, nel 1944, è De Martino a tenere la relazione e a battersi per una riconsiderazione del ruolo del Sud. Anche negli anni del lunghissimo dopoguerra che porteranno, a sinistra, nuove divisioni, la consapevolezza che il Mezzogiorno sia il banco di prova più importante lo accompagnerà.
E la prima elezione alla Camera dei Deputati, nell’anno difficile del Fronte Popolare, il 1948, lo vede eletto nella circoscrizione Napoli-Caserta, dove sarà riconfermato ininterrottamente fino al 1983. Con Giorgio Amendola e Mario Alicata De Martino viene chiamato a dirigere il Movimento per la Rinascita del Mezzogiorno e ad assumere la direzione della rivista «Cronache meridionali» edita da Gaetano Macchiaroli. E dopo lo scioglimento del partito d’Azione e l’adesione al PSI, De Martino vi trasferisce tutta intera la tensione e la passione meridionalista. Nel 1983 Francesco de Martino venne eletto al Senato per il collegio Napoli III, candidato comune di socialisti e comunisti sotto il simbolo del Psi. Da quella tensione e passione per Napoli e il Mezzogiorno conservata anche negli anni della proiezione più impegnativa sulla scena politica nazionale, De Martino seppe far derivare la capacità a produrre insegnamenti, a indicare direzioni da seguire, a scrutare il passato nei suoi studi, per meglio capire presente e futuro. Con un sobrio disincanto che lo portava a dire: «La politica passa, gli studi e i libri restano». Per poi guardare lontano, verso la Napoli magnifica che si ammira da via Aniello Falcone.