“IL MATTINO”
19 novembre 2002
di Raffaele Indolfi
«Ah, se avessi dieci anni di meno, farei come
diceva Nenni: Butta il cappello e ricomincia da capo». È una frase che il
professor Francesco De Martino ripeteva spesso agli amici, ai compagni, agli ex
allievi dell’Università che non l’hanno mai lasciato solo nella casa piena di
libri di via Aniello Falcone. Non sopportava di non poter far nulla di fronte
alla diaspora socialista innescata stavolta dalle vicende di Tangentopoli e non
dalle croniche divisioni interne di un partito che non era stato praticamente
mai unito fin dai tempi della sua fondazione, alla fine ormai di due secoli fa,
nell’ottobre del 1892, a Genova. Il professore era già troppo vecchio per
buttare via il cappello e ricominciare da capo. E, forse, l’avrebbe anche fatto
a dispetto degli anni e degli acciacchi, se solo i leaderini dei piccoli
tronconi gli avessero chiesto davvero di fare qualcosa per salvare il
salvabile. E l’amarezza era per lui ancora più grande perché non poteva far
poco o nulla proprio quando con la caduta del muro di Berlino si erano create
quelle condizioni per la costruzione di una grande sinistra unita che era stato
l’obbiettivo della sua azione politica. Era vecchio il professore, ma non erano
sorpassate le sue idee come sostenevano i congiurati del Midas, i rampanti
quarantenni del Psi che agli inizi dell’estate del 1976 dopo una campagna
elettorale perduta dai socialisti mandarono a casa De Martino ed elessero Craxi
alla segreteria. «Noi abbiamo scrollato l’albero e gli altri hanno raccolti i
frutti», disse allora uno dei suoi grandi avversari interni, Giacomo Mancini
attaccando il professore che con un articolo di fondo pubblicato sull’«Avanti!»
aveva aperto la crisi di governo denunciando la Dc di bloccare il cammino delle
riforme. Quelli che avevano raccolto i frutti erano i comunisti di Berlinguer.
E De Martino venne accusato con la sua politica «degli equilibri più avanzati»
di aver perduto le elezioni perché aveva appiattito il Psi sulle posizioni del
Pci. Un’accusa che aveva fatto sempre sorridere il professor De Martino che
nella sua azione politica non ha mai trascurato le ragioni della storia. Una
storia che, a sua volta, gli ha dato ragione quando ormai era ormai troppo
carico di anni per buttare via il cappello e ricominciare da capo. Ma la sua
parte, lui che ha conservato un cervello lucido fino alla fine dei suoi giorni,
l’ha comunque sempre fatta. E anche senza lasciare la sua casa piena di libri
sulla collina del Vomero, De Martino, il socialista, non ha smesso di essere un
punto di riferimento per tutta la sinistra. Di fronte ad una politica che con
Tangentopoli si era rivelata solo ricerca e conquista del potere, ammoniva a
ritrovare la passione. E sosteneva che era ingiusto che quando si parlava di
questione morale si parlasse solo dei socialisti. «Il problema - diceva - è più
generale. Ovunque ci sono dei mascalzoni che esercitano in modo disonesto il
potere». E il suo sguardo, nonostante gli anni, non era mai rivolto al passato.
Sperava nei giovani. Aveva fiducia nel futuro nonostante il suo pessimismo. Per
lui la parola «socialismo» non era un rottame della storia. «Per il futuro
penso che si aprano grandi orizzonti - amava ripetere - a un socialismo che sia
cosciente della caduta dei vecchi miti e capace di comprendere che siamo
entrati in un’epoca nuova. Mi auguro che la generazione giovane sia cosciente
del suo compito, arduo, ma affascinante». E la realtà politica del mondo di
oggi, i problemi della globalizzazione, l’attacco del terrorismo
internazionale, l’immigrazione, il divario fra il Nord ed il Sud del mondo, la
costruzione dell’Europa, erano per lui temi di costante riflessione. E il
socialista Francesco De Martino ultimamente non si stancava di denunciare
quello che definiva «il vizio di fondo dell’Europa che stiamo costruendo. Ed è
quello - aggiungeva - che su tutto debba prevalere la stabilità finanziaria,
relegando nella più assolutà marginalità le politiche sociali che sono, invece,
più che mai urgenti. Ogni Stato deve poter differenziare gli interventi in
materia di politica sociale, il contrario è un errore politico che prima o poi
si paga. Vogliamo ficcarci in testa che a Napoli e in tutti i Sud d’Europa ci
sono migliaia e migliaia di persone senza lavoro e incapaci di provvedere ai
bisogni primari?».