“IL DENARO”

 

31/08/2002

 

Diario Mediterraneo

Morire per vivere: il tragico destino di Ikhlas

La storia della donna trucidata dai palestinesi per un’accusa di spionaggio

 

 

di Michele Capasso

 

In questi giorni di fine estate molti avvenimenti suscitano spunti di riflessione.

Il 24 agosto 1902 nasceva Fernand Braudel e questo centenario dovrebbe richiamare l’attenzione di quei politici, studiosi ed opinionisti, che hanno dimenticato — in questi tempi di globalizzazione — il Mediterraneo ignorando la sua persistente centralità nelle vicende umane, soprattutto in quelle contemporanee. Oggi, più che mai, non dobbiamo dimenticare la lezione principale braudeliana della nostra storia: che cioè l’Europa è soprattutto l’apporto forte con il Mediterraneo, è cerniera col Medio Oriente e con l’Asia e che, se si ignora tutto ciò, l’ancor troppo giovane Unione europea ha di fronte un destino di subalternità — verso il «potente alleato americano» — che potrebbe diventare molto pericoloso.

 

Vertice ONU: si rischia il fallimento

Il vertice ONU in corso a Johannesburg sullo sviluppo sostenibile del pianeta rischia di diventare l’ennesimo fallimento causato dalla miopia dei potenti che, ostinati a proteggere le multinazionali e le grandi industrie che inquinano e distruggono, stanno uccidendo la Terra. Per questo è essenziale il ruolo della cultura e degli strumenti di comunicazione: non dobbiamo stancarci di far sentire la nostra voce. Dobbiamo dire, gridare, denunciare, che nessuno è al sicuro.

Dobbiamo farlo anche se c’è il rischio che pochi ci ascoltano. Dobbiamo convincerci che le soluzioni non vengono dall’«alto»: ma è dal «basso», livello dell’individuo, della famiglia e delle singole comunità che occorre una presa di coscienza per attuare un’inversione di marcia, razionalizzando i consumi e comprendendo che solo con la parsimonia e con un giudizioso equilibrio sarà possibile distribuire meglio le risorse ed evitare una catastrofe annunciata.

 

Mondializzazione e razzismo

L’anniversario del prossimo 11 settembre dovrebbe costituire un momento di riflessione e, al tempo stesso, di impegno: l’esigenza della pace deve avere come premessa la condanna del terrorismo — di qualsiasi origine — e una intercomunicabilità tra le diverse culture, tra diversi modi di essere.

La mondializzazione, oggi, si traduce soprattutto in virulenza, esasperazione del sé, che sfociano facilmente in radicalismi da una parte e razzismi dall’altra: ambedue sono figli di una stessa problematica: l’omologazione dell’altro.

 

La cieca violenza dei fondamentalisti

Tulkarem, Palestina, 25 agosto 2002.

Najlah, Baker, Mohammad, _Halaa, Aya, Othman e Ali sono i sette figli — rispettivamente di diciotto, diciassette, quindici, sedici, undici, otto e tre anni — di Ikhlas Khouli, la donna palestinese giustiziata dalle Brigate Al Aqsa con l’accusa di aver contatti con gli agenti dello Shin Bet, (il servizio segreto Israeliano). Si guardano intorno attoniti e increduli, si stringono dentro la baracca che funge loro da casa. Non si dà pace Baker: uno dei figli torturato a sangue e costretto ad ammettere che sua madre collaborava con gli israeliani, firmando così la sua condanna a morte.

Sabato 24 agosto. Nel tardo pomeriggio, dopo essere stata giustiziata con un colpo di mitra alla gola, Ikhlas, trentasette anni e ancora viva, viene gettata per strada e finita a calci. E’ la prima volta che gli estremisti palestinesi eliminano una donna come collaborazionista.

E’ l’ennesima mostruosità del conflitto israelo-palestinese che, nell’indifferenza dei Paesi euromediterranei, sta distruggendo ogni sistema di valori e di rispetto della dignità umana.

Si può andare oltre?

 

La fragole dei Kibbutz

Ikhlas avrà forse collaborato con gli israeliani, come hanno fatto oltre trecento palestinesi rinchiusi delle prigioni di Gaza.

Ma per quale motivo?

Per sopravvivere: spesso per avere un semplice lasciapassare che, come nel caso di Ikhlas, le consentisse di andare a lavorare come stagionale raccogliendo fragole nei Kibbutz israeliani; oppure, sempre nel caso di Ikhlas, per ottenere una tessera per le cure gratuite negli ospedali israeliani, indispensabile quando si vive in povertà, con il marito morto e con sette figli di cui tre con salute cagionevole.

 

Venti di guerra sull’Iraq

Morire per vivere: questa la sorte di Ikhlas e di tanti altri come lei.

E’ giusto? Dove sono i diritti — universali, umani, di base o come meglio siamo soliti definirli — che la nostra società del benessere intende difendere?

Senza una presa di coscienza, specialmente da parte dell’Europa, ci avviamo verso un periodo buio della nostra storia: ambiente, sviluppo sostenibile e diritti umani vengono calpestati da miopi strategie opportunistiche .

Londra 25 agosto 2002. Centinaia di fondamentalisti marciano inneggiando Osama Bin Laden ed annunciando nuovi gravi attentati in caso di guerra all’Iraq. L’Europa, con timidezza, certa di prendere le distanze dai programmi belligeranti del presidente degli Stati Uniti d’America George W. Bush.

Non basta. E’ ora di alzare la voce per riaffermare che nel Mediterraneo e nel Medio Oriente occorre non solo progettare ma realizzare, una volta per tutte la pace: sempre nel rispetto dell’altro.

Ognuno di noi, oggi, deve fare la propria parte.