“Shimed”

Gennaio 2002

 

Mito e equivoci del Mediterraneo

 “culla” della civiltà europea

di Salvatore Bono

 

 

Nei discorsi sul Mediterraneo espressi da interlocutori diversi (letterati, storici, politici, o altri che siano) compare spesso la definizione del grande mare quale “culla della civiltà”, con sottinteso riferimento alla civiltà europea; altro discorso sarebbe considerare il Mediterraneo sede non abbandonata, di una “civiltà del Mediterraneo” appunto, della quale si è parlato, ma non certo in modo adeguato e tanto meno univoco. Nel prevalente riferimento alla civiltà europea, “culla” si dice nel senso di luogo dove quella civiltà (spesso per chi fa quel discorso, “la civiltà” tout court) ha iniziato la sua formazione o anche nel senso di luogo da cui sono venuti alla civiltà elementi costitutivi essenziali. Chi usa quella definizione intende esprimere un riconoscimento significativo nei riguardi del Mediterraneo, delle sue componenti, della sua storia, delle “civiltà” fiorite sulle rive del grande mare; un riconoscimento che i suoi autori possono, con tutta sincerità, ritenere opportuna “introduzione” o persino un valido fondamento per un dialogo dei nostri giorni con altri popoli e culture del Mediterraneo.

Ma in questa mitica immagine della “culla” si può celare, ci sembra, un equivoco e un rischio, che il discorso cioè, implicitamente almeno, si diriga verso un’altra direzione.  Indichiamola seguendo l’immagine della “culla”: la civiltà nata o trovatasi deposta nella sua infanzia nella culla mediterranea, è poi cresciuta, come è naturale, si è sviluppata, ha abbandonato la culla, si è spostata, allontanata, è andata a risiedere, quale sua sede  eminente, altrove, lontano dalle rive del grande mare interno, sulle rive della Senna, del Tamigi o della Sprea, o ha persino varcato l’Oceano.

Coloro che hanno ereditato e sviluppato quelle civiltà, quali figli legittimi, possono guardare al Mediterraneo e alla sua storia con curiosità, rispetto, devozione, come alla dimora di avi lontani, abitata però ormai, in parte almeno, da lontani parenti o da estranei, dimora di cui sono rimaste suggestive rovine o memorie più o meno affidabili. Il discorso della culla ovvero della “eredità” del Mediterraneo non diciamo che sempre e inesorabilmente conduca, ma rischia di condurre lontano dal Mediterraneo, di rafforzare il fondamento di altre identità, persino di altri orgogli e conseguenti pregiudizi, e dunque di non servire più a dare fondamenti e ragioni al “dialogo” e alla “cooperazione” nel Mediterraneo.

Alle considerazioni ora accennate ci hanno più volte condotto i discorsi di cui dicevamo all’inizio e di recente di nuovo raccolte di saggi e riflessioni di grande valore, degne certo di apprezzamento. Faremo riferimento primariamente alla raccolta curata dall’illustre Georges Duby, di cui è apparsa di recente l’edizione italiana (Gli ideali del Mediterraneo. Storia, filosofia e letteratura nella cultura europea, Messina, Mesogea, 2000, pp.442, ISBN 88-469-2006-6), traduzione dell’originale spagnolo (Los ideales del Mediterraneo, Barcelona 1997). L’importanza dell’opera deriva dalla fama del curatore, uno dei massimi storici del secolo scorso, dall’autorevolezza dei collaboratori e della istituzione promotrice – l’Institut Català de la Méditerrania – dalla sua diffusione, ora grazie anche alla traduzione italiana.

È opportuno peraltro precisare che i testi originali dei contributi risalgono ad un ciclo di conferenze tenutesi fra gennaio e luglio del 1991. Ci spiace dovere aggiungere il dubbio che la traduzione italiana, pur nell’insieme scorrevole, sia incorsa in qualche svista o equivoco, per esempio: il “legame culturale mediterraneo” (p.17) non è forse il “legado”, dunque meglio il “legato” o l’eredità? E Roma era il “destino”, in castigliano, di Goethe e di Montagne (p.92), in italiano più semplicemente la meta del loro viaggio.

Proprio nella introduzione del maestro francese troviamo, esplicite e nette, le enunciazioni sulle quali desideriamo riflettere. Il suo intento – ovviamente non solo legittimo ma anche proficuo – è stato di vedere “la posizione che il Mediterraneo ha occupato nella storia della cultura europea”, da individuare i “valori” (gli “ideali”) provenienti dal Mediterraneo – il nucleo originario, se non pure essenziale, dei quali si definì nell’età romana – assimilati dalla civiltà europea nel corso della sua storia.

Quel mondo mediterraneo subì – seguiamo ancora la sintesi di Duby – due fratture: l’onda d’urto e di penetrazione dei popoli cosiddetti “barbari”, i quali “apportarono un’altra cultura, altri valori e soprattutto senza volerlo, per scempiaggine, distrussero, degradarono” (p.14). La seconda frattura, “molto più brutale” e “radicale” fu provocata dall’avvento dell’Islàm. Da allora “ciò che andava a trasformarsi in Europa” – “la nostra Europa”, dice Duby più avanti – si scisse quasi completamente dalle sue radici mediterranee”. Attraverso diverse vicende e grazie a tramiti diversi, anzitutto la Chiesa romana, il retaggio mediterraneo venne salvato e poi recuperato.

Quali sono i “valori” mediterranei ereditati, “salvati” e mantenuti dall’Europa? Lo dicono appunto in modo più articolato e approfondito molti saggi che seguono, a cominciare da quello, denso e immaginifico, vibrante e lirico, di Baltasar Porcel (Radici e scontro di civiltà), che aveva peraltro anticipato il suo pensiero nella prefazione: “i suoi valori più preziosi: la democrazia ateniese, il diritto romano, l’uomo come centro della cultura e della società” (p.5), ovvero: “Nel mondo attuale viviamo dell’eredità del rinascimento, quello greco e romano, quello cristiano”. Diremo più avanti dei ruoli e della posizione, nel corso storico e nella realtà attuale, che all’islàm e ad altre culture e civiltà vengono, o no, riconosciuti.

Nell’ambito di questo percorso si collocano numerosi altri contributi, alcuni magistrali come quelli di Pierre Vidal-Naquet (Democrazia: una invenzione di Atene), di Giuseppe Nenci (Stato: il complesso delle relazioni internazionali), il quale con correttezza delimita il suo discorso: “Per civiltà mediterranea intendo la greca, la fenicio-punica e la romano-italica”. A proposito del diritto Angel Latorre ribadisce: “il diritto romano costituisce uno dei più sorprendenti e duraturi contribuiti della civiltà mediterranea al mondo occidentale” (p.157). l’eminente Paul Ricoeur nel suggestivo saggio Filosofia: verso l’antica Grecia, dalla nostalgia al lutto, parte così: “Per i filosofi, il Mediterraneo –il primo Mediterraneo riflettuto e pensato - è evidentemente, la Grecia antica” (p.221).

Qualcuno, come Josep Ramoneda, più che individuare e analizzare gli apporti mediterranei alla civiltà europea, descrive e in qualche modo esalta ciò che essa oggi è: “Stato-nazione laico, società civile, legge positiva, mercato, democrazia, critica: se a tutto questo aggiungiamo l’istituzionalizzazione della scienza e il suo coinvolgimento con l’apparato produttivo attraverso la tecnica, abbiamo gli assi istituzionali della modernità europea” (p.137); facile dedurne chi vi abbia contribuito e chi no, chi ne sia partecipe e chi ne resti estraneo. Su questa linea si collocano altri autori, come Eulalia Duràn (Rinascimento: l’inizio delle nazionalità) e Xavier de Ventòs (Cultura: note sull’Europa culturale di oggi).

Atene e Roma predominano nelle riflessioni sulla eredità mediterranea dell’Europa. E Gerusalemme, l’ebraismo? Non può certo ignorarlo chi parla di religione (P. Lluis Font, Monoteismo: dialettica tra Gerusalemme e Atene, cioè tra il Dio di Abramo e il Dio dei filosofi) ed è riconosciuto come uno “dei contributi principali della civiltà mediterranea al patrimonio dell’Umanità” (p.325), un elemento – possiamo commentare – troppo diffuso e generale per fondare un legame e un rapporto specifico nel Mediterraneo. Quanto all’Islàm, “non  è propriamente una religione originaria del Mediterraneo, ma è tributaria delle altre due che lo sono” (p. 335). E l’Islàm invero appare poco quale fonte di una eredità per l’Europa nella maggioranza delle riflessioni (segnaleremo la minoranza), a cominciare da quella, già menzionata, di Georges Duby, che inquadra e sintetizza l’insieme (abbiamo già detto della “rottura”). Nella decina di pagine solo poche righe per ricordare il recupero, attraverso le traduzioni, del “pensiero, la filosofia, la scienza ellenica assimilata dagli arabi”. Non una sfumatura per riconoscere che la tradizione arabo-islamica (insieme a quella ebraica) interpretò, aggiunse, scoprì, inventò almeno qualcosa, nelle matematiche, nella medicina, nelle scienze naturali e nella tecnica.

Chi già non conoscesse la complessità di presenze e di rapporti che hanno caratterizzato il Mediterraneo e dunque della eredità di cui l’Europa ha beneficiato (se questo è il tema posto all’attenzione) si potrebbe quasi sorprendere e disorientare leggendo altri contributi della raccolta (in verità due-tre) che mostrano più esplicitamente il rapporto con l’altro e il suo apporto nel formarsi della realtà spirituale europea. Juan Vernet ha indagato la Scienza (in senso lato, così da includere la scrittura e la matematica) dalle origini sino al secolo XV nel Mediterraneo ed ovviamente anche per il fatto che egli è autore di studi specifici in materia, riconosce il debito europeo verso le civiltà del Mediterraneo (in particolare di quella arabo-islamica e della ebraica), in un Mediterraneo che “va dalla Mesopotamia allo stretto di Gibilterra e dal Bosforo sino ad Alessandria” (p. 241). Miquel Batllori esemplifica il contatto, la commistione, l’innesto fra le civiltà del Mediterraneo nelle figure di tre catalani dei secoli XIII-XIV: Ramòn Llull, Arnau de Villanova, Ramòn Muntaner, visti giustamente quali esemplari “recuperi di una storia mediterranea” (p.287).

L’altra raccolta, a cui intendiamo riferirci, reca nel titolo stesso il richiamo alla “culla” (a cura di Klaus Rosen, Das Mittelmeer. Die Wiege der eruopaischen Kultur, Bouvier, Bonn 1998, pp. 311; già recensita da E. Eickhoff nella Lettre de liaison n. 4, 30 ottobre 1999). Anche quei contributi hanno mirato nel loro insieme a indagare quali fondamenti della “europaischen Identitat” derivassero dal Mediterraneo, diciamo così; anche questa raccolta è centrata sull’Europa (e perché no?) e si apre infatti con un saggio dello stesso Klaus Rosen su Die Geburt Europas (la nascita dell’Europa).

Anche qui la genesi della democrazia e della “scienza”, tratti distintivi della identità europea, sono ricondotti al mondo greco classico (Klaus Held, Die Entdeckung der Welt bei den Griechen als Ursprung Europas) cui seguono analisi su Omero, su Pitagora, sulle radici classiche della pittura europea; anche qui alla Grecia seguono Roma con il suo universalismo (H. Galsterer, Einheit und Vielfalt im Romischen Reich) e il suo diritto, e poi il cristianesimo, “componente essenziale della civiltà europea” ma poi la  “Voelkerwanderung” – (migrazione dei popoli) e non le “invasioni barbariche” – è presentata come fattore della dinamica che conduce l’Europa dalle sue radici mediterranee alla sua estensione continentale. E poi ancora si arriva all’Islàm e si discute la “frattura” della famosa tesi di Pirenne, mostrando come quell’avvento abbia dialetticamente contribuito a creare l’Europa e le abbia dato impulsi vitali e, soprattutto, come più tardi la civiltà arabo-islamica e quella europea medievale si siano incontrate in una “Einheit des mediterranen Kulturraum” (unità dello spazio-civiltà mediterraneo). La riflessione degli studiosi tedeschi si conclude con il riconoscimento che il “Mediterraneo non è solo Roma ed Atene, ma anche Gerusalemme, Beirut e Dubrovnik; non è solo Barcellona e Cordoba, ma anche Algeri e il Cairo” (p.130), con uno sguardo al futuro, con la speranza nel successo di un progetto di cooperazione.

Concludiamo. Si possono certo cercare nel Mediterraneo la “culla” o le “radici” della civiltà europea e si discuterà allora su quali “valori” e “ideali” siano essenziali nel definire quella “civiltà”  (se in questi termini vogliamo esprimerci). L’analisi e la discussione potranno però arrivare al dubbio espresso da Josep Ramoneda (negli Ideali del Mediterraneo, P.139): “Cosa c’entra con tutto ciò la mediterraneità? L’Europa è una figura troppo moderna per poter dire che è figlia del Mediterraneo”.

In ogni caso, a parer nostro, se non crediamo inevitabile lo “scontro di civiltà” e se vogliamo invece cercare di costruire un Mediterraneo di conoscenza, di rispetto, di apprezzamento reciproco fra tutti i partners, in un quadro di pace e di cooperazione, dobbiamo guardare alle civiltà e culture del grande mare, alla storia dei popoli e degli stati, delle città e delle regioni, nel loro farsi e mutarsi, dai tempi più remoti ad oggi, in un processo che può essere visto in un modo unitario, pur se in una dialettica di distinzioni e contrapposizioni, di conflittualità e insieme di comunanze, di influenze, di rapporti, scambi, intese e così via, diciamo in una esperienza storica largamente comune. Non dobbiamo dire – secondo le ultime parole dello scritto già ricordato di Baltasar Porcel: “il Mediterraneo. Io, te” (p.55) – ma invece: “il Mediterraneo, noi”.