“IL MANIFESTO”

25 gennaio 2002

 

Uomini senza radici

 

Il festival di Alpe Adria premia il film “Fotograf” di Kazim Oz. Storia di un viaggio in autobus verso l’Anatolia di due amici, un turco e un kurdo, che finiscono per combattersi da due fronti opposti

 

di Silvana Silvestri

 

Tra i venti dell’est che hanno soffiato a Trieste nei giorni del Festival Alpe Adria Cinema (18-24 gennaio) è emerso quello proveniente dalla Mesopotamia di Fotograf di Kazim Oz (Turchia 2001), vincitore del premio Trieste (5000 euro), assegnato da una giuria internazionale composta da Barbara Albert, Ibolka Fekete, Achim von Borries e Maurizio Zaccaro. Osservatorio più spostato ad oriente rispetto ad altri anni dove la guerra nei Balcani calamitava tutta l’attenzione, la Turchia ha rappresentato quest’anno un importante appuntamento per Alpe Adria, neanche troppo semplice da inquadrare: si trattava infatti di analizzare la creatività e le problematiche dei registi nati e cresciuti in Germania anche se di origine turca. Non è il caso del film di Oz che proviene  dallo stesso gruppo di Yesim Ustaoglu (Viaggio verso il sole),  il gruppo cinema Mekemè, centro di cultura della Mesopotamia, radicato nel territorio tanto da lavorare spesso con il sostegno della gente e degli artisti che vi si riconoscono. Durante un viaggio in autobus attraverso l’Anatolia due giovani fanno amicizia, in uno riconosciamo Berzan che in Viaggio verso il sole accompagnava l’amico kurdo, l’altro è un soldato arruolato nelle squadre speciali dell’esercito. Sono diretti in Kurdistan e si troveranno su fronti opposti. La fotografia di cui si parla nel titolo è il risultato macabro della guerra, una foto trofeo. Si tratta di un film girato con l’appoggio e la sottoscrizione militante. Di Kazim Oz è stato presentato tra i cortometraggi anche Ax, la storia di un vecchio kurdo che deve abbandonare il suo villaggio per ordine dell’esercito turco.

Sull’impossibilità per l’uomo contemporaneo di restare radicato alla propria terra di origine si è molto visto in questi giorni a Trieste, il più emblematico e stilizzato per restare nel cinema turco è forse Lebewhohl, fremde di Tevfik Baser, un regista diventato un punto di riferimento per il suo 40 mq di Germania. Qui nella solitudine del mare del Nord si muovono personaggi solitari di clandestini che non riescono a comunicare e sono destinati a perdere tutto. Mentre nel quartiere di Kreuzberg a Berlino si svolgono invece le storie di adolescenti simili a quelli di tutte le capitali, le cronache familiari di Thomas Arslan, con i conflitti che derivano dalla doppia appartenenza, un ampio settore è stato dedicato ai russi e georgiani che vivono in Israele con problemi di appartenenza che verranno sicuramente approfonditi in successive edizioni, dopo che i film di Joseph Pitchhadze e di Dover Kosashvili hanno creato una grande aspettativa per il loro humour. La giuria di Alpe Adria ha anche assegnato due menzioni speciali ad Aleksandra Gietner protagonista di Czesc Tereska (Ciao Teresa) di Robert Glinski (Polonia), già vincitore del festival di Karlovy Vary, un film di una certa intensità ma che si alimenta anche di stereotipi ben messi a punto nelle cinematografie dell’est in quanto a devianze minorili, dai teneri hooligans russi degli anni 70 a questi bimbi nati per diventare assassini. Altra menzione all’humour  quella del rumeno Marfa i bani (La roba e la grana) di Cristi Puiu.

Ricchissimo di corti, video e documentari (sezione “Immagini” a cura di Tiziana Finzi) la giuria dei cortometraggi di Alpe Adria (composta da Chicca Bergonzi, Roberto Ferrucci e Nerina T. Kocjaneje) ha assegnato tre menzioni speciali a Sandwich di Daniele Auber, Olu Kunze (La signora delle uova) di Una Celma (Lettonia –Svezia) e Intimisto di Licia Eminenti, e 1500 euro offerti dalla Fondazione Laboratorio Mediterraneo di Napoli a Int. Hotel Nuit  di Elena Hazanov (Svizzera). Mentre sul festival si è allungata l’ombra autorevole di Kawalerowicz che con la sua personale ha catturato l’attenzione riservata a un classico che riassume in sé l’intero percorso del cinema polacco si sono fatti vedere al pubblico di Trieste alcune delle più interessanti novità dei festival, in qualche caso con una prossima uscita in sala, come per l’esilarante Slogans di Giergi Xhuvani che dell’Albania rievoca i tempi filocinesi come erano vissuti nelle campagne, dove l’occupazione didattica principale era costituita nel comporre slogan con pietre da trasportare su per la collina e mantenere ben allineate (come ad esempio: l’imperialismo americano è una tigre di carta), commedia tanto più divertente se ricordiamo le commedie della pianificazione con i suoi caratteri ben definiti, identici a questi ( il commissario politico, gli innamorati, il pastore, i ragazzini) ma con obiettivi programmatici (sostenere le comunità di campagna). In Albania, dove ci sono solo tre sale in tutto il paese, è stato campione di incassi preceduto solo dal Gladiatore.

È stato presentato a Trieste a cura dell’Unione dei circolo cinematografici Arci Illusioni e realtà, il cinema ungherese 1989-2001, un libro punto di partenza di una serie di iniziative successive: una personale di Bela Tarr a cura di Paolo Vecchi al prossimo Bergamo Film Meeting, una scelta di film fatta da critici al Genova Film Festival, un convegno sul ‘56 che si terrà a Trieste il prossimo 23 ottobre con film, relazioni di storici e testimonianze. Mentre la Francia ha firmato un protocollo con l’Ungheria che ha prodotto una mega-manifestazione, in Italia in ambito ministeriale il protocollo è stato rinviato e gli ungheresi, nell’attesa, hanno deciso di avviare ugualmente le iniziative con partner diversi: Alpe Adria Cinema, che da anni promuove la conoscenza di queste aree è stato il primo ad accogliere l’iniziativa.