7 novembre 2003
di Caterina Arcidiacono
Le parole del grande Bateson,
per proporre una lettura post-moderna antitecnicistica e non manipolativa della
psicoterapia. Insomma uno strumento teorico per combattere i limiti delle
cattive psicoterapie. E’ il compito che Giovanni Madonna, psicoterapeuta
sistemico responsabile dell’Istituto Italiano di Psicoterapia Relazionale e
studioso di Bateson, si prefigge con La psicoterapia attraverso Bateson –
Verso un’estetica della cura. (Bollati Boringhieri, pagg.224, euro 19), che
sarà presentato oggi a Napoli alle 16.30 al chiostro di Santa Chiara. La
lettura del suo “maestro” gli ha portato l’attenzione sulle tante formazioni
psicoterapeutiche che si concretizzano in rigide prescrizioni, non considerando
gli effetti intrinseci che si determinano nella creazione del contesto della
cura e non lasciano spazio ai processi di interazione terapeutica-paziente. La
proposta è un approccio fondato sulla sensibilità, nel senso batesoniano, cioè,
che concerne la sensazione, ove il terapeuta, sia considerato nel campo
d’azione della psicoterapia, e la sua presenza, dia valore alle potenzialità
intrinseche del campo e della relazione. L’avversione di Bateson verso la
psicoterapia è nota ma, come afferma Madonna, ciò era dovuto alla diffidenza
dell’Autore verso la terapia manipolativa tecnicistica fondata sul primato
delle finalità cosciente, che si propone di cambiare le persone intervenendo su
di esse, più che all’idea stessa di psicoterapia.
Il rimando a Bateson fornisce a
Madonna un quadro teorico per un approccio senza prescrittivi e tecnicistica
riduzionismi. E’ un’ occasione per entrare nel dibattito sulle psicoterapie
riformulando l’importanza del setting e la forza intrinseca di ciò che accade
al suo interno. Alla luce di questa premessa, il pensiero di Bateson è
rivisitato per cogliere la sacralità del
setting e la potenza della sua azione; dare valore all’azione
terapeutica, nella che essa si configuri autonomamente, senza interventismi e
regole prefissate. Anche qui l’azione non deve essere precipitosa, arrogante,
sottoposta al primato della coscienza e finilisticamente orientata a modificare
il mondo fuori di sé. E’ un invito a una teoria dell’azione dove l’agente
attivo sia, a sua volta, parte del sistema, e capace di leggere il senso della
propria presenza. In questa prospettica, per Madonna, la psicoterapia agisce,
in quanto crea un campo, uno spazio, che per il solo fatto di esistere ha
funzione curante. E’ un processo che non ha né finalità né consapevolezza. E’
un invito a creare le condizioni perché il processo possa nascere. Il terapeuta
ha certamente lo scopo di curare il suo paziente; ma nel curarlo, deve per
forza allentare la sua arroganza “onnipotente” a favore di un’ esperienza
creativa.
Di qui la psicoterapia come
spazio, e come prescrizione, né tantomeno, consulenza. La psicoterapia ha,
così, le stesse caratteristiche dello spazio sacro, che nell’antichità greca
era definito da un mero confine: il recinto, temenos. La sacralità del setting
rinvia al potere intrinseco attribuito allo spazio terapeutico; del resto
quest’ultimo nell’essere definito, protetto, con regole rituali, si può ben
assimilare alla potenza e all’azione dello spazio sacro. Beteson è usato per fondare
i presupposti di una critica alle psicoterapie irrispettose e invadenti;
tecnicistiche e strumentali; vuole essere un invito e sentire piuttosto che ad
interpretare.
Madonna intende, con esso, dare
un rinnovato contributo a dovere essere dello psicoterapeuta, specie, nel tempo
attuale, in cui la psicoanalisi tradizionale, fondata anzitutto sulla regola
del setting e dell’attenzione capace di cogliere ciò che si sta lentamente
formulando nella mente del paziente in virtù dello spazio e della relazione
terapeutica, perde terreno.