CORRIERE DELLA SERA
11 settembre 2003
Mahfuz: “Non sento più le voci del
Cairo”
di Marco Nese
IL CAIRO – Il grande nume dell’Egitto è un omino garbato,
con una voce cristallina e una barbetta ben curata. Nagib Mahfuz, Premio Nobel
per la letteratura nel 1988, sfoggiava vivacità e arguzia a 92 anni. In Italia
si sono ricordati di lui, assegnandogli il Premio Mediterraneo per la cultura,
che gli verrà consegnato a metà ottobre. “Sono orgoglioso – dice – che il mio
lavoro sia molto apprezzato in Italia. La mia fama nel vostro Paese, e in
generale all’estero, è arrivata con il Nobel. Io amo scherzare e dici che
esistono due tipi di Nobel. Uno viene dato a chi si è fatto già un nome, e il
premio non gli cambia nulla. L’altro è assegnato a sconosciuti che di colpo
diventano stella di prima grandezza”.
Come scrittore, lei
quali altri grandi della letteratura si sente vicino?
“Tolstoj e Proust sono due scrittori che ho studiato
molto. Mi interessava la loro visione della vita. Certamente hanno colto
aspetti profondi della condizione umana. Ma non è che li sento vicini a me. Se
mi è consentita una battuta, diciamo che a me piace stare vicino a loro. Mi
sento uno di loro, questa è la verità.
Lei ha scritto libri
di grande pessimismo. Che cosa l’ha delusa di più?
“Nella mia vita ho visto diffondersi un grande male,
quello della gente che mischia politica e religione”.
Il protagonista del
suo libro Il ladro e i cani finisce
solo e disperato. E’ questa secondo lei la condizione umana?
“Mi duole dire che più o meno è così”.
Nella Trilogia del Cairo ha dipinto il
ritratto della sua città. Cos’è cambiato da allora?
“Non vedo più il Cairo. Gli amici mi raccontano che il
traffico è diventato micidiale. E questo rende difficile incontrarsi e
chiacchierare per strada. Da tempo non vado più a camminare in mezzo alla
gente. E avrei tanta voglia di farlo, vorrei ascoltare ancora i discorsi della
gente comune nelle stradine di Hossen, la Cairo Vecchia. Ma ora faccio una vita
molto ritirata. Durante il giorno cerco di raccogliere i miei pensieri e la
sera vengo qui dove siamo adesso, in questo locale, a bere il tè con gli amici,
sul Nilo, questo fiume che è la vita dell’Egitto”.
Un suo romanzo, I Bambini di Gebelawi, creò grande scandalo in Egitto, dov’è ancora proibito. Il senso del libro
era che l’uomo non riesce a comprendere
il significato della sua esistenza. Gli integralisti, convinti che tutto si
spiega in Allah, non gliela perdonano. Nel ‘94 fanatico la pugnalò al collo e
la sua vita salva per miracolo.
“Rimasi a lungo in ospedale. E dopo quello che mi è
capitata non ho più avuto la forza, la concentrazione necessaria per sviluppare
i miei pensieri come prima. Ho rinunciato a scrivere libri. Scrivo solo una
colonna per i giornali per commentare quello che accade nel mondo”.
Oggi lei vive
protetto dalla polizia. Dopo quell’attentato, ha subito un condizionamento? E’
diventato più prudente?
“Assolutamente no. Anzi, quello che è successo a me ha
incoraggiato anche altri scrittori a prendere posizione contro l’integralismo.
Ha spinto altri intellettuali a denunciare davanti al mondo intero che razza di
persone sono gli integralisti”.
I fondamentalisti
sono un pericolo per il mondo?
“Io farei una distinzione. Esistono due tipi di
integralisti. Ci sono quelli che fanno stragi, ammazzano donne e bambini. E ci
sono quelli che difendono la loro terra, si battono per liberare il loro
Paese”.
Come valuta
l’intervento dell’America in Medio Oriente?
“L’America è venuta a fare la guerra contro il terrorismo.
Un errore. A causa della guerra, il terrorismo si rinvigorisce”.
Nel senso che il
rancore antiamericano aumenta?
“Vede, un tempo i genitori usavano la frusta per educare i
ragazzini. Non funzionava. E adesso non li picchiano più. Voglio dire che certe
situazioni non si risolvono con i carri armati”.