“L’ESPRESSO”

 

20 febbraio 2003

 

 

La sera andava a Sarajevo

Il 9 febbraio è morto Federico Bugno. Aveva 63 anni. Un inviato davvero speciale.

I cecchini in Bosnia. Le lotte a Pechino. Il golpe in Romania. Sempre in prima fila.

 

 

di Dante Matelli

 

Federico Bugno è appena scomparso. Prima di fare l’inviato a “L’Espresso” aveva scritto per “Il Mondo”, “Corriere della Sera” e “Tempo Illustrato”. Aveva insomma sempre giocato in serie A. Secondo vocazione e secondo merito.

Ha prodotto pagine del miglior giornalismo da reportage. Di sana fattura, che non mette la mutande al mondo e parte dall’osservazione del particolare; poi vola alto. Da “ultimo dei grandi”, come disse una collega quando lo vide andare in pensione. Si riferiva ai giorni di Sarajevo che lo cambiarono. Partì un po’ dandy. Tornò una roccia. Federico evitò i Massimi Sistemi. Si concentrò sugli artisti che incontrava tutti i giorni quando usciva dalla sua stanza dove si lavava i denti in ginocchio per evitare i cecchini. Scelse le pene di un pittore che non aveva tubetti, di uno scrittore che non trovava più parole, di un musicista le cui note uscirono sorde. Descrisse l’Assedio. Dello stesso animo di Samuel Pepys quando vide gli olandesi assaltare Londra tre secoli fa. Scrisse con la lacrima asciutta, che era il suo stile. Anche quando in Bosnia fu il primo giornalista a usare il termine “pulizia etnica”. Anche quando subì la violenza sulla propria pelle.

Accadde a Pechino. Federico era in Piazza Tienanmen. Non scappò. Si mise a guardare l’armata cinese impotente di fronte a un ragazzo che fermava la colonna dei tank. Lo portarono in una stanza e lo picchiarono, “così impari”. Scrisse il pezzo con un dito rotto, un occhio nero, le costole ammaccate e la testa fasciata. Era un uomo coraggioso. E questa è stata una sua virtù.

Nessuno che conosciamo si sarebbe avventurato nelle strade dei Carpazi, la notte che buttarono giù Ceausescu. Non essendoci aerei, Federico aveva affittato una macchina a Belgrado. Era solo. “Non sapevo se quegli uomini armati in mezzo alla strada erano disertori, soldati, banditi. Per la prima volta ho pensato: hai un figlio e una moglie a casa”. Pensò al pericolo, ma non tornò indietro. Scrisse un gran pezzo. Un’altra volta seguì una famiglia che su una Trabant, dalla Germania orientale fuggiva all’Ovest. Arrivò che crollava il Muro di Berlino. Il Dio dei giornali premia chi ci crede. Federico c’era quando il Fatto accadeva.

E poi era elegante. Ci sono giornalisti di nome, da tv, che si coprono come banditi sardi o latitanti turchi: barbe incolte, e non camicie, ma stracci. Montanelli si metteva la giacca prima di battere sui tasti. Federico curava la barba. Si faceva fare le camicie su misura a Jermyn Street, pur non essendo ricco. Elegante frequentava locali eleganti. Tra i suoi amici c’erano i barman dei migliori alberghi d’Europa. Il bar è “il” punto di vista, come nei romanzi, diceva. Federico invitava Giovanni Buttafava, un critico di genio, “L’Espresso2 pure lui. Al Grand Hotel di Roma, serviti da Mauro Lotti, leggevano Brodskij. Spettegolavano, whisky e Marlboro, come nei film. Come Ava Gardner, Federico adorò il bar del Palace di Madrid. Ma frequentava l’Inghilterra di Roma e il Baretto ai Condotti. E le librerie Feltrinelli.

Ci si andava per guardare le gambe alle commesse, ed era la scusa accettata dalle mogli. Invece, per un’ora, si spulciavano i quarti di copertina, sperando di trovare il libro che curasse l’insonnia e lo spleen del fine settimana. Si usciva con pacchi di libri inutili. Una volta comprò “Ape latina”. La citazione doveva essere esatta. Il giornalismo di cui Bugno è stato protagonista era fatto così: letture, il Baretto, il ristorante Beltramme a via della Croce, Feltrinelli, la redazione, la sera il film.

Federico era scazzoso: un radicale liberale quando non era di moda. Votò pure Cucciolina. Ma soprattutto Federico rideva. Oggi nelle redazioni nessuno fischietta più, e nessuno ride. Tristi redazioni. Facce cavalline. Federico usciva nel corridoio, urlava spesso e spesso cantava.