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15 maggio 2004 |
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Islam e
democrazia per la pace
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di Michele Capasso |
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“Islam e democrazia
nel Mediterraneo” è il tema di un incontro che si è svolto ieri, promosso
dall’assessorato regionale ai Rapporti con i paesi del Mediterraneo e dalla
Fondazione laboratorio Mediterraneo, che si è svolto nella Sala Vesuvio della
“Maison de • Ed è apparso,
quindi, naturale che le più prestigiose istituzioni aderenti alla nostra rete
collaborassero a questi workshop: prima fra tutte l’Università “L’Orientale”,
con cui abbiamo già intensi rapporti di collaborazione ospitando, tra
l’altro, nella nostra sede Corsi e Seminari di estremo interesse ed inerenti
le tematiche euromediterranee. La tragicità degli
eventi di questi ultimi giorni rendono il tema dell’incontro di oggi quanto
mai attuale. Il dialogo tra le culture e civilizzazioni implica come premessa
la conoscenza delle diverse identità, attraverso cui giungere a regimi di
“confidenze e scambi” che, se articolati in un clima di equilibrio, mutua
comprensione, rispetto ed armonia, possono condurci finalmente ad un periodo
di pace e di condiviso sviluppo. In questi tempi in
cui si vorrebbe imporre un’integrazione sconsiderata dobbiamo opporre il
nostro diritto ad essere diversi, in un mondo dove la globalizzazione
“anarchica” rinuncia alla sua stessa definizione nell’ostacolare la
sopravvivenza di una qualsiasi “elite minoritaria”. E’ necessario, quindi,
“democratizzare” la globalizzazione prima che
questa snaturi la democrazia. Conoscere la civiltà
islamica in modo adeguato significa andare oltre gli aspetti sociali e
politici e le manifestazioni esteriori del suo culto, per attingere alle
fonti originarie, all’insieme delle dottrine che ne costituiscono le radici
spirituali. Si tratta di un patrimonio complesso che va tutelato e
rispettato. L’equazione “Islàm = Mondo Arabo = Fondamentalismo
= Terrorismo” pronunciata da fonti irresponsabili della comunicazione globalizzata sta producendo i suoi effetti nefasti. Solo
una minoranza del mondo arabo appartiene all’Islàm
e il semplice fatto che gran parte dei terroristi appartengano a questa
religione non può autorizzarci ad affermare che tutto l’Islàm
è fonte di terrore. Dieci anni fa
iniziammo la nostra attività con azioni forti contro la guerra in ex-Jugoslavia: una tragedia incomprensibile nel cuore
dell’Europa. Quel conflitto, non ancora sopìto, fu
considerata come una guerra di nazionalismi ed etnìe.
E invece fu soprattutto una guerra di memorie fondata sulla vendetta. Nessuno
lo capì. Come oggi pochi
comprendono che gli arabi hanno una forte memoria del colonialismo subìto su cui costruiscono muraglie di frustrazioni. Da queste
considerazioni bisogna partire per costruire il dialogo e la cultura
dovrebbe, in tale scenario, assumere il ruolo di “forza buona” capace di
incidere nei processi della Storia. Con queste
distinzioni fondamentali dobbiamo evitare di guardare a tutto l’Islàm come fonte di terrore e porre le basi serie per un
dialogo tra le civiltà. |