L’AVVENIRE

16 maggio 2004

 

 

Islam: democrazie impossibili?

 

Troppi Paesi sono Stati di polizia, ma l’evoluzione è plausibile: l’analisi del politologo americano Jhon L. Esposito, da domani a Milano

 

di  Jhon L. Esposito

 

La differenza più evidente tra il mondo musulmano e l’Occidente oggi è rappresentata dal contrasto tra governi autoritari e governi democraticamente eletti.

L’autoritarismo è stato la norma e non l’eccezione nella politica musulmana, movendosi lungo tutto lo spettro politico e ideologico. La storia dei governi non - islamisti (Afghanistan, Tunisia, Egitto) e islamisti (Afghanistan, Sudan, Iran) rivela la presenza di una cultura dell’autoritarismo che è incapace di tollerare qualsiasi opposizione significativa.

Coloro che sono già convinti di quanto “essi” siano diversi - ovverosia che l’Islam sia incompatibile con la modernizzazione e che la simbiosi tra religione e politica non sia altro che la formula esplosiva del terrorismo e dell’estremismo violento e dell’inevitabile scontro di civiltà – hanno solidissimi esempi per convalidare i loro argomenti. In teoria, L’islam e le forme di governo democratiche o parlamentari non sono incompatibili. Nella pratica dei giorni nostri, i risultati sono stati eterogenei, con esperienze assolutamente contraddittorie. L’Iran di Khomeini, i talebani in Afghanistan, il governo islamico del Sudan hanno offerto esempi schiaccianti di oppressione politica, discriminazione sessuale, violenza e terrorismo interno e internazionale. Il caso dell’Iran, il più duraturo esperimento di creazione di un  sistema islamico moderno, dimostra la relazione dinamica mutevole tra religione e realtà socio-politiche. Durante il primo decennio, la Repubblica Islamica rimase autoritaria, con rigide e rigorose limitazioni alla partecipazione politica. Tuttavia, il sistema politico ha sperimentato una spinta verso il processo di democratizzazione sia dall’alto sia dal basso. L’enfasi del presidente Khatami sull’importanza della società civile, della democratizzazione del principio di legalità ha costituito una risposta alla pressione proveniente dalle società, in particolar modo dalle donne e dai più giovano che rappresentano un numero significativo di votanti in seno alla popolazione iraniana. Tuttavia, considerando il conflitto permanente tra riformisti e la linea conservatrice integralista dell’establishment religioso guidato dall’ayatollah Ali Khamenei, il risultato rimane incerto. Ma perché questa assenza lampante di governi democratici? Come abbiamo visto, il mondo musulmano ha a che fare con una eredità che ha creato una potente cultura di autoritarismo ancora profondamente radicata in molti Paesi. Questa viene perpetuata oggi da governanti che hanno ereditato o conquistato con la forza il potere: a partire dai re e dagli emiri non eletti in Arabia Saudita, Marocco e Kuwait fino ai presidenti militari o ex militari di Sudan, Pakistan, Egitto, Libia e Iraq. Così l’autoritarismo politico, religioso o laico, ha rappresentato spesso la norma, non solamente nei governi islamici di Iran, Sudan, Pakistan, Afghanistan e Arabia Saudita, ma anche nei governi più secolarizzati di Tunisia, Egitto, Siria, Algeria e Indonesia, dove la situazione è cambiata con la caduta di Suharto e l’introduzione di elezioni democratiche, ma che continua a rimanere precaria. Molti Paesi musulmani rimangono degli “Stati di polizia” (mukhabarat) i cui governanti sono concentrati al mantenimento del loro potere e dei loro privilegi ad ogni costo per mezzo di efficaci forze militari e di sicurezza. Molti governanti sono stati “rieletti” in elezioni pilotate dal governo in cui essi hanno raccolto dal 95 al 99,91% delle preferenze.

I partiti politici e i sindacati non esistono o sono seriamente limitati nella loro azione, le elezioni sono spesso manovrate e la cultura e le istituzioni della società civile sono deboli. Elezioni democratiche si sono avute in vari Paesi (Turchia, Pakistan, Malaysia, Bangladesh, Giordania, Marocco ed Egitto), ma, nella maggior parte queste, nella migliore delle ipotesi, rimangono democrazie limitate o manovrate. La Turchia e il Pakistan hanno fatto l’esperienza dell’intervento e del regime militare. La Giordania e il Marocco sono monarchie. La recente successione di Bashir Assad in Siria, dopo la morte del padre Hafez al-Assad, e l’apparente preparazione del figlio di Saddam Hussein in Iraq preannunciano nuovi modelli non democratici. L’esperienza moderna musulmana rafforza l’impressione che l’islam e la democrazia siano incompatibili.

Molti sostengono che l’Islam e la democrazia non riescano a coniugarsi a causa delle istituzioni islamiche tradizionali come il califfato che precludono una significativa partecipazione politica a livello popolare e le istituzioni democratiche. Eppure la storia delle religioni dimostra che le tradizioni religiose, come le ideologie politiche per esempio la democrazia e il comunismo, sono suscettibili di diverse interpretazioni e relazioni con lo Stato. L’islam oggi continua a prestarsi a interpretazioni molteplici delle forme di governo; è impiegato per sostenere democrazie e dittature limitate, repubblicanesimo e monarchia. Al pari di altre religioni, l’islam possiede le risorse intellettuali ed ideologiche che possono offrire la giustificazione per un’ampia varietà di modelli di governo dalla monarchia assoluta alla democrazia. In anni più recenti, il dibattito sulla democrazia si è intensificato.