CORRIERE DEL
MEZZOGIORNO
26 aprile 2005
Il
Mediterraneo al Governatore
Perché è meglio evitare l’assessorato
di Massimo Galluppi
Lanciata da
Bassolino nei giorni immediatamente successivi alla sua rielezione, l’idea di
costruire un assessorato per il Mediterraneo non ha provocato alcun commento
degno di questo nome da parte dei vertici politici dei partiti, né reazioni
significative in un’opinione pubblica abituata a manifestare il proprio
compiacimento per ogni iniziativa tesa a celebrare l’importanza di Napoli come
“metropoli mediterranea”. È probabile che l’iniziativa del presidente della
giunta regionale nasca dalla consapevolezza del fallimento della soluzione
adottata nel quinquennio precedente con l’affidamento all’assessore al Bilancio
della delega alle politiche per il Mediterraneo e, quindi, della necessità di
cambiare. Ciò malgrado, vi sono alcune buone ragioni per dubitare
dell’opportunità di una scelta del genere. Ragioni che si possono
sinteticamente riassumere come segue.
Per le Regioni italiane
le relazioni internazionali extracomunitarie sono un terreno inconsueto e molto
delicato. La percezione della consistenza politico-istituzionale di questi
sconosciuti new comers da parte dei
tradizionali attori della politica internazionale non può essere data per
scontata. Per questo sarebbe meglio che, almeno in una fase iniziale, il
governo regionale fosse rappresentato dalla sua figura più rappresentativa,
ossia dal presidente della giunta. Eletto direttamente dal popolo, in un
contesto caratterizzato da una forte personalizzazione dei meccanismi di
organizzazione del consenso, questi sembra essere la figura istituzionale più
adatta a ricoprire il nuovo ruolo; e, infatti, questa è la soluzione fin qui
adottata dalla quasi totalità delle Regioni italiane. Se poi il presidente
eletto è una personalità dotata delle rilevanti capacità politiche e
comunicative di Bassolino, questa scelta si impone anche per le possibilità
offerte da questo importante valore aggiunto.
Si potrebbe
obiettare che il presidente della Regione potrebbe adottare lo schema proposto
dal modello costituzionale francese: un presidente che si serve di un ministro
degli Esteri per le attività correnti ma è ben presente in tutte le circostanze
simbolicamente e politicamente rilevanti. Il problema è che quella che con un
certo sforzo semantico chiamiamo la “politica estera” regionale non ha nulla a
che fare con la politica estera di uno Stato. A parte i vincoli sostanziali e
formali imposti dalla legge numero 131 del 10 giugno 2003, le relazioni
extracomunitarie delle Regioni italiane, per quanto rilevanti (e quelle con i
paesi del Mediterraneo lo saranno sempre di più), occupano uno spazio
necessariamente ridotto nell’agenda politica regionale. Mettere in piedi per la
loro gestione regole e procedure di funzionamento troppo complicate sarebbe
insensato. Le Regioni – tutte le Regioni, anche quelle che funzionano meglio
della nostra – non hanno né le risorse né l’esperienza che nasce dalla
tradizione per compiere scelte così ambiziose. Per non parlare del fatto che
una soluzione del genere poggerebbe su una segmentazione per aree geografiche
della “politica regionale”. Segmentazione del tutto anomala se confrontata con
i modelli organizzativi generalmente adottati dagli Stati perché effettuata al
vertice del sistema di policy making
e, quindi, rischiosa per l’unità del processo decisionale.
È, quindi, il
presidente della giunta regionale che dovrà adottarsi il fardello della
politica mediterranea.
Potrà farlo, senza sottrarre troppo tempo agli altri, gravosi, compiti che lo aspettano se saprà dotarsi degli strumenti operativi necessari. Fra questi (centrale e, per certi aspetti, indispensabile), una struttura di staff leggera, costruita grazie alla ricerca attenta delle competenze esistenti all’interno della macchina regionale e alla selezione di un ristretto numero di ricercatori reclutati all’esterno con contratti a tempo determinato. Una struttura alla quale dovrebbero essere affidati (riassumo e semplifico) almeno tre compiti principali. Primo, la preparazione all’aggiornamento costante dei dossier necessari alla cognizione di tutti i capitoli dell’agenda mediterranea: andamento e sviluppo del cosiddetto partenariato euromediterraneo lanciato dalla conferenza di Barcellona del 1995, analisi delle istituzioni, dei sistemi di governo, dei contesti socio-economici e politici dei paesi della Riva Sud del Mediterraneo e delle politiche diplomatiche, culturali ed economiche adottate dai paesi industriali avanzati nei loro confronti, ricognizione degli strumenti normativi e organizzativi nazionali e comunitari e delle iniziative adottate dalle altre Regioni italiane ed europee. Secondo, il monitoraggio (ma non il controllo e la gestione) dei progetti di cooperazione interregionale finanziati dallo Stato italiano e dall’Unione europea cui la Regione partecipa come partner principale o secondario. Terzo, la redazione dei rapporti periodici sull’andamento, per settori e per micro-aree sub regionali, delle iniziative tese alla internazionalizzazione dell’economia campana, con particolare attenzione per i punti debolezza del sistema delle imprese e per le incongruenze delle politiche e delle soluzioni organizzative adottate dalle istituzioni regionali e locali. Tutti compiti cruciali da affidare a persone selezionate in base al criterio, unico ed esclusivo, della competenza e, quindi, sottratte al meccanismo della spartizione partitocratrica o lobbistica degli incarichi. Cose, queste ultime, assolutamente evidenti, ma della cui fattibilità è purtroppo lecito dubitare.