CORRIERE DEL MEZZOGIORNO

30/04/2005

 

Mediterraneo, come costruire un nuovo dialogo

Di Carlo Gambalonga

 

A distanza di dieci anni dalla conferenza di Barcellona che sancì l’apertura di interesse dell’Europa verso il Mediterraneo si assiste a un incredibile paradosso: mai come nell’ultimo decennio si è parlato tanto di partenariato a favore del Mediterraneo e mai come ora ci accorgiamo quanto siano rimasti soli e isolati i popoli dell’altra sponda. In realtà il mondo della cultura, le Università, le associazioni più rappresentative del partenariato, dell’economia e del commercio e le istituzioni non sono state in grado di creare le precondizioni per lo sviluppo dei rapporti tra l’Europa, il Mezzogiorno e il Med. Storici e analisti hanno perso anche l’occasione offerta dal Corriere del Mezzogiorno di aprire un vivace dibattito sul ruolo della Campania nel Mediterraneo, per fare un mea culpa sincero nel non aver individuato quale fosse lo strumento di partenza per raggiungere con legittimazione l’altra sponda. L’esperienza di quanti operano da anni nel mondo dell’informazione e della comunicazione quotidiana con i popoli dell’area, spinge a ritenere che la chiave per aprire le porte del dialogo con l’altra sponda sia soprattutto la ricerca di un nuovo modo di fare comunicazione. A dieci anni dalla conferenza di Barcellona chi conosce il Mediterraneo, non nel chiuso degli atenei ma nella pratica del viaggio-incontro, si rende conto di trovarsi dinanzi a paesi chiusi completamente su se stessi e timorosi di un mondo dell’informazione maneggiato solamente dai grandi complessi editoriali anglo-americani e di recente dalle sue emittenti arabe Al Jazeera e Al Arabia, che per aspetti diversi, pur avendo ascolti apprezzabili, non hanno ancora ottenuto chiare legittimazioni.

Il commercio, gli scambi economici, il turismo, gli stessi rapporti culturali e politici fra le due sponde del Mediterraneo hanno bisogno invece, come precondizione, di una informazione accreditata e veicolata da brand autorevoli e riconosciuti. Per questo ritengo che fra le priorità che i governatori del Mezzogiorno, sollecitati da Bassolino ad aprirsi al Sud Europa, debbano considerare l’esigenza del coinvolgimento di quanti nella stessa area si occupano di comunicare e di informare. Solo abbandonando l’abitudine a interessarsi al Mediterraneo in termini di terrorismo, immigrazione clandestina, fondamentalismo religioso, per scoprire invece il gusto del confronto con tradizioni, ideali e religioni diverse, senza alcuna intenzione colonialistica, si può avviare una corretta comunicazione. E per favorirla bisogna che le istituzioni coinvolgano presto i media più prestigiosi del Mezzogiorno e del Med per costruire insieme una possibilità del dialogo attraverso nuovi linguaggi e approcci conoscitivi. Un “rinascimento” che può sorgere solo attraverso l’istituzione di solide scuole di formazione (università e istituti di cultura) in grado di plasmare una selezione di operatori della comunicazione abituati ad approcciare il Mediterraneo correttamente. Una nuova comunità che offra molte altre opportunità come lo scambio di best practices, formazione e addestramento, stage e, soprattutto, trasferimento di tecnologie se si vuole che il dialogo poggi su una solida struttura. Come sostiene Fatema Mernissi (la scrittrice che ha appena dato alla stampa il libro “Dal deserto al web”) solo una corretta comunicazione può sostenere la comune speranza che il terrorismo e il neocolonialismo possano arretrare di fronte al dispiegarsi di un Islam umanista. E per sostenerlo dobbiamo cominciare ad esportare modelli di democrazia, di diritto alla critica, affinché l’altra sponda cominci a dialogare con l’Italia e l’Europa sui temi di giustizia sociale.