"IL DENARO"
11 aprile 1998
L’Italia potrebbe perdere 5000 miliardi
di Michele Capasso
Roma, aprile 1998. L’Italia sta rischiando di perdere 5000 miliardi di finanziamenti europei. Ancora una volta, se non ci si muove uniti, si corre il rischio di lasciare ad altri ciò che spetta all’Italia. È il solito problema. Gli organismi della Società Civile (Regioni, associazioni, città, università, ecc.) non riescono ad essere "soggetti". Spesso sono solo esecutori o "postulanti". Vannino Chiti, presidente della Conferenza delle Regioni e delle Conferenze delle Regioni Periferiche Marittime d’Europa, non ha dubbi: "Dobbiamo fare come gli altri, imparare a lavorare insieme: Stato, Regioni e Società Civile; dobbiamo farci sentire, ottenere il dovuto, negoziare ...". Uno dei problemi è qualificare la Cooperazione decentrata. Come? Occorre, in primo luogo, definire qual è la legittimità del decentramento; in secondo luogo, definire forme di concertazione nei singoli piani-paese; infine, trovare forme di utilizzazione reale nell’ambito della programmazione della cooperazione pubblica. Ha assunto una parte attiva nel dibattito Vito D’Ambrosio, presidente dell’Osservatorio sulla riforma legislativa della Cooperazione allo Sviluppo. Le attività di cooperazione devono attuare una politica definita: esse non possono consistere in un insieme coordinato di iniziative puntuali, basate su finanziamenti certi solo a livello annuale, prive di inquadramento in piani-paese definiti e prive di continuità. È necessaria una programmazione pluriennale, che concentri l’intervento pubblico su aree e settori definiti, tenendo conto e concentrandosi sia con gli altri donatori sia con l’azione autonoma degli altri soggetti. È, d’altra parte, anche necessario assicurare risorse finanziarie su base pluriennale per la realizzazione dell’intero piano-paese, ed individuare meccanismi compatibili con una legge finanziaria che stanzia fondi certi solo per l’anno.
Rimane ovviamente di competenza governativa la predisposizione e la proposta di tale programma, raccogliendo la più ampia concertazione all’interno del Consiglio dei Ministri; va infatti sottolineato che la responsabilità politica centrale del Ministero degli Affari Esteri non può prescindere dall’interazione con le competenze di altri Ministeri (Immigrazione, Affari Sociali, Affari Comunitari, Politiche monetarie, Commercio Estero, ecc.).Chiti e D’Ambrosio discutono sulla ooperazione governativa ed altri soggetti. È questo l’aspetto della riforma della cooperazione in cui più si coglie la resistenza ad una visione innovativa, soprattutto nel disegno di legge governativo. Si ignora il nuovo ruolo svolto dalle espressioni organizzative della Società Civile, sia in Italia sia nei paesi in via di sviluppo. Il disegno di legge governativo genera inoltre confusione e rivalità tra i soggetti della società, ponendoli in competizione per accedere ad un fondo comune; è quindi necessario precisare gli ambiti differenziati di competenza e di operatività degli stessi. Sarebbe, pertanto, opportuno che i soggetti della cooperazione non governativa (ONG e ONLUS) possano attingere ad una riserva finanziaria svincolata dalle priorità e dalla programmazione della cooperazione governativa, i soggetti della cooperazione decentrata devono poter operare in modo integrativo rispetto al Governo e non sottrarre fondi alle ONG. Cerco di capire quali possono essere le nuove normative. Protagonisti della cooperazione decentrata sono l’insieme delle forze dei due territori (quello italiano e quello del paese partner), pubbliche e private, sociali ed economiche, lucrative e non lucrative, che operano in un quadro promosso e coordinato dalle pubbliche amministrazioni competenti. Tra queste ultime vi è una ulteriore differenziazione: Comuni, Città metropolitane e Province, singolarmente o tra loro consorziati, hanno una valenza più operativo-gestionale; le Regioni hanno anche questo tipo di valenza, in particolare in alcuni campi (sanità, educazione allo sviluppo, formazione professionale, sviluppo agro-zootecnico, ecc.), ma svolgono soprattutto un ruolo di raccordo e coordinamento politico (Università ed altre istituzioni territoriali). In ogni caso personalmente credo sia necessario risolvere tre ordini di problemi:
La legge deve definire le modalità di partecipazione e di cofinanziamento della cooperazione decentrata nel programma di cooperazione governativo. Queste iniziative devono ovviamente rientrare non solo nelle finalità generali della cooperazione italiana, ma anche nelle priorità geografiche e settoriali ed addirittura nella programmazione e nei singoli piani-paese. Pertanto, sul piano teorico, non sarebbe necessario prevedere alcuna riserva finanziaria. Tuttavia, anche nell’ambito dell’aiuto pubblico allo sviluppo, la cooperazione decentrata costituisce un canale innovativo di grande potenza, sul cui avvio è ragionevole prevedere resistenze e lentezze. È quindi opportuno incentivare il ricorso a questo canale imponendo una quota minima di risorse ad esso dedicata. Si tratta naturalmente non di costituire un fondo separato, ma di prevedere per legge che, nell’ambito degli interventi bilaterali e multibilaterali, non meno di una determinata percentuale delle risorse sia destinata al cofinanziamento delle iniziative di cooperazione decentrata. È necessario prevedere momenti reali e differenziati di concertazione tra cooperazione governativa e cooperazione decentrata, sia a livello di definizione del programma generale dell’APS (ove la concertazione riguarda in particolar modo le Regioni), sia a livello di coordinamento sui singoli piani-paese (ove devono essere coinvolti tutti i soggetti che, anche al di fuori della cooperazione governativa, operano in quel paese). Vanno infine definiti i criteri generali di ammissibilità di interventi autonomi di cooperazione decentrata, realizzati ricorrendo a fondi propri (stanziati a livello regionale o dallo 0,8% del Bilancio corrente di comuni e province ed integrati con risorse provenienti dal territorio, con cofinanziamenti di organismi internazionali o comunque non ricorrendo ai fondi dell’ASP). Diverso il caso dell’utilizzazione di strutture e servizi delle Regioni e degli Enti locali come esecutori di iniziative di cooperazione governativa, che dovrebbe essere comunque scontato e non richiedere specifici provvedimenti legislativi, se non per differenziarne e semplificarne le procedure di assegnazione. Premesso che le Regioni devono agire nel rispetto delle linee guida fissate dal Governo, per le iniziative autonome, finanziate con risorse proprie ed eventualmente con contributi locali o internazionali, non provenienti dai fondi della cooperazione governativa, è necessario superare l’attuale istituto dell’autorizzazione previa su ogni singola iniziativa e sostituirlo con quello della comunicazione. Infine la legge deve consentire ai soggetti della cooperazione decentrata la possibilità di impiegare nelle iniziative di cooperazione dipendenti pubblici, senza oneri aggiuntivi, ma assicurando loro almeno l’aspettativa e la progressione di carriera.
Speriamo che questo possa tradursi in atti concreti.