"IL DENARO"
28 marzo 1998
I faraoni in Piemonte
di Michele Capasso
Roma, marzo 1998. È appena uscito nelle librerie "L’ultimo nemico" (Mondadori) dell’egittologo Christian Jacq, a conclusione di un ciclo di cinque volumi dal titolo "Il romanzo di Rasmes" che, attraverso le storie – poco fedeli e troppo romanzate – di Nefertiti e Rasmes, continua ad ammaliare milioni di lettori contagiati da una vera e propria egittomania.
Martedì 27 gennaio 1998. Visito a Parigi nuova ala del Louvre dedicata all’Egitto è veramente stupenda inaugurata in pompa magma, racchiude, riunendoli, tutti i reperti della civiltà del Nilo posseduti dal museo parigino. Dopo quello del Cairo – così hanno scritto i giornali francesi – quello di Parigi è il museo egizio più importante del mondo. In realtà, il museo egizio più importante del mondo, dopo il Cairo, è quello di Torino. Ma nessuno in quei giorni lo ha ricordato. La sovrintendente Donadoni Roveri, pur sapendo di vantare il patrimonio e i reperti più prestigiosi e di maggior interesse per gli studiosi, minimizza e dice "Il problema, già sollevato da tempo, è quello di capire come mai Torino, che ambisce allo status di capitale euromediterranea, non sia in grado di valorizzare quello che ha". L’altra polemica riguarda la sede c’è chi vuole trasferire il museo egizio a Venaria Reale. Principiata a metà Seicento dall’architetto Amedeo di Castellamonte, nell’ambito dell’ambizioso progetto ducale di circondare Torino di "delitie" per la caccia e per gli svaghi della corte, il castello di Venaria Reale si configurò subito come la più imponente e complessa delle fabbriche sabaude. In fase progettuale venne addirittura interpellato Bernini, tanto che il Castellamonte, quando scrisse un libro sul castello e lo fece decorare dall’incisore Tasnière (1674), in esso immaginò di accompagnare il Bernini alla visita della fabbrica. I monarchi sabaudi incoraggiarono per due secoli l’ampliamento del complesso, che oltre al castello comprendeva l’antistante borgo di Venaria e l’immenso parco retrostante, oggi in parte coincidente con la tenuta della Mandria. Alla direzione dei lavori si alternarono Michelangelo Garove, Filippo Juvarra – che agli inizi del Settecento realizzerà la Galleria di Diana, la cappella di Sant’Umberto, le scuderie e le citroniere – e Benedetto Alfieri al quale toccherà raccordare con giganteschi corridoi e padiglioni le parti già realizzate dai precedenti colleghi. Tra gli anni ’80 e ’90, il castello ha conosciuto i primi significativi interventi di restauro (il rifacimento dei tetti, il recupero della Galleria di Diana, il recupero della chiesa di Sant’Umberto), il che ha portato se non altro a rendere accessibile al pubblico la reggia che può oggi essere visitata. Il restauro e soprattutto la valorizzazione e il riutilizzo del castello si configura come una delle priorità del governo italiano, e il 18 gennaio 1997 Veltroni annunzia la disponibilità di 200 miliardi per Venaria Reale e l’ipotesi di trasferire in questo luogo il museo egizio. Molti si oppongono al trasferimento. La stessa sovrintendenza ritiene "una follia" spostare la sede storica in quanto molti reperti non potrebbero essere trasferiti senza provocare danni irreparabili, oltre a considerare il fatto che un trasferimento comporterebbe comunque una lunghissima chiusura. L’ipotesi progettata dalla sovrintendente Donadoni Roversi è quella di restaurare il Museo Egizio di Torino, che è uno dei più antichi del mondo. Fu fondato nel 1824, quando il re Carlo Felice acquistò la collezione di Bernardino Drovetti, che aveva seguito Napoleone nella campagna d’Egitto. La collezione Drovetti, tra le più ricche e importanti per numero e rilevanza di pezzi, venne subito collocata nel palazzo dell’Accademia delle Scienze, dove si trova tuttora. A metà dell’800 vennero però create o arricchite anche le collezioni del Louvre, del British Museum, di Berlino, Vienna, Pietroburgo, e l’importanza di Torino cominciò a declinare. A rilanciare l’Egizio, e a riportarlo al rango di secondo museo più importante del mondo dopo quello del Cairo, fu Ernesto Schiaparelli, nominato direttore nel 1894, attraverso una grande campagna acquisti e soprattutto attraverso spedizioni di scavi. Entrando nel Museo torinese si ha l’impressione di trovarsi in un luogo "mummificato" più dei suoi ospiti. Le due Sfingi di Amenofi, il Ramses, la statua di Seth II, analoga a quella del Louvre, faraoni e regine di dinastie che hanno regnato per secoli nell’Alto e Basso Egitto. Reperti straordinari allestiti in ambienti gelidi, desolanti. Questo museo appare come se nessuno, dal lontano 1824, lo avesse mai rinnovato o modificato parzialmente. Completamente assente la segnaletica o una nota storica, sia pur sintetica, che accompagni l’itinerario culturale del visitatore. Unica eccezione l’ala Schiaparelli nel Sotterraneo ristrutturata e ben illuminata, appare come un museo moderno con tanto di pannelli illustrativi in italiano e in inglese. Al primo piano si accede tramite un freddo scalone. Qui si trova la tomba dell’architetto Kha e della moglie, con i sarcofagi, le mummie, gli arredi funebri, il pane, le spezie, la carne secca e le verdure che li hanno accompagnati nell’ultimo viaggio. Un’eternità che dura da millenni. È senza dubbio il momento più interessante della visita, tra soffitti scrostati, e accumuli di polvere e qualche ragnatela. Quanta differenza con la "grandeur" del Louvre, dove ogni oggetto è inserito in un percorso ragionato e costruito fedelmente all’orientamento storico. In Italia si assiste dunque ad un comportamento schizofrenico da un lato, vengono divorate milioni di copie dei romanzi di Jacq, dall’altro assistiamo passivamente al disagio crescente di una grande istituzione, qual’è il Museo Egizio di Torino, che con un’elegante operazione di restauro e marketing potrebbe costituire un richiamo unico a livello mondiale. Molte iniziative al riguardo sono in cantiere la Fondazione Agnelli riunirà in maggio i responsabili dei maggiori Musei Egizi del mondo per aprire un tavolo di lavoro e riflessione attraverso cui coordinare le singole azioni. Al II Forum Civile Euromed svoltosi a Napoli, tra gli oltre 80 progetti proposti, vi è quello di realizzare una "visita virtuale ai musei Egizi Euromediterranei": si intende realizzare un prodotto multimediale, coordinato dalla Fondazione Laboratorio Mediterraneo e diretto dai sovrintendenti dei singoli musei (Cairo, Torino, Londra, Parigi), per offrire su rete Internet la visita virtuale dei più importanti musei egizi del mondo ai navigatori telematici, estraendo su CD ROM prodotti culturali di settore per una diffusa commercializzazione a livello mondiale. È prevista la interconnessione in rete dei quattro musei euromediterranei. In questo caso Torino potrebbe riacquistare un ruolo significativo mostrando l’intera collezione di tutti i musei.