"IL DENARO"
7 febbraio 1998
Che fare per l’Algeria?
di Michele Capasso
"Signor Presidente della Repubblica, sua Altezza Reale, signore e signori, Ministri ed esponenti della Società Civile mediterranea vi saluto. Mi dispiace, io scrivo molto sui giornali ma non sono una giornalista bensì una professoressa di matematica. Io vengo da un paese, l’Algeria, la cui immagine, per chi guarda dall’esterno, è macchiata dal sangue dell’uomo. Le notizie che se ne hanno riportano massacri di bambini, donne e uomini di ogni età; le ragazze sono in trappola e la superstizione impera. Cari amici, noi donne algerine combattiamo per la vita, la libertà, la dignità, la democrazia; noi donne democratiche sappiamo che è il terrorismo Islamico che rivendica il proprio territorio. Noi non vogliamo sottolineare la nostra condizione di vittime, ma dare un impulso alla risoluzione dei problemi affinché il massacro abbia fine, perché l’Algeria è un popolo paralizzato, un popolo al quale si può imporre qualsiasi tipo di governo, uno stato Islamico, una dittatura, così come al Cairo o a Kabul. Cari amici, nonostante tutto questo, grazie alla resistenza eroica della Società Civile algerina, noi ci battiamo per la libertà di espressione e per la libertà di informazione, perché quello che succede in Algeria minaccia tutto il Mediteranno, dalla riva sud alla riva nord. Quello che avviene nel mio paese è il futuro del Mediterraneo. Vi chiediamo di sostenere la Società Civile algerina dove si combatte per la democrazia, per i diritti dell’uomo, per essere liberi, per l’avvenire democratico dell’Algeria e cioè di tutto il Mediterraneo". Questo il grido d’allarme lanciato da Khalida Messoudi nel dicembre scorso da Napoli, nel corso della sessione inaugurale del II Forum Civile Euromed. L’imponente presenza della Società Civile con oltre 2000 partecipanti, ha richiamato l’attenzione dei rappresentanti delle istituzioni, da Scalfaro a Monti, da Pujol a Felipe di Borbone, sulle atrocità che ogni giorno insanguinano l’Algeria.
"Gettiamo di nuovo una bottiglia nel nostro mare con un comune appello, destinato a ciò che resta delle coscienze sulle nostre rive". Con questo appello la Fondazione iniziò la propria attività in favore della ex-Jugoslavia. La stessa esortazione, oggi, vale per l’Algeria. Cosa possiamo fare per evitare il perpetuarsi di questa tragedia? Lo scorso 20 gennaio, durante una missione organizzata all’ultimo momento per calmare l’opinione pubblica internazionale sotto shock per i massacri innocenti dei civili algerini., la "troika" dell’Unione europea ha potuto incontrare ad Algeri solo rappresentanti scelti e pilotati dal potere centrale. Dalle colonne di quotidiani come Le Tribune e El Pais è emersa la necessità improcrastinabile di coinvolgere i Paesi occidentali in azioni comuni per fermare gli eccidi. Tuttavia le auspicate sanzioni politiche ed economiche per obbligare le autorità algerine ad impedire questo inutile sterminio, sono lontane dall’essere intraprese. La strategia del regime algerino è quella di separare la cosiddetta Algeria "utile" del petrolio, del gas e degli scambi, dall’Algeria del caos e delle stragi. Gli accordi economici che legano l’Unione europea ai partner mediterranei comprendono, in generale, clausole di rispetto dei principi democratici. Nel caso dell’Algeria la debolezza degli strumenti di pressione dei Paesi europei appare in tutta la sua impotenza, inversamente proporzionale all’enorme potenziale economico di Algeri. Infatti, grazie al petrolio e al gas, il bilancio commerciale dell’Algeria nel 1996 ha prodotto avanzi di cassa per oltre 5.000 miliardi di lire mentre le sue riserve in divisa estera superano oggi i 12.000 miliardi di lire. Inoltre l’Algeria fa parte del programma "Meda", attivato nella Conferenza di Barcellona nel novembre 1995, destinandole 600 miliardi di lire da parte dell’Unione Europea. In questo scenario, per tentare di fermare i massacri, l’Occidente ha in mano un’arma decisiva: boicottare il petrolio ed il gas. Di questo avviso è anche il ricercatore canadese Robert Boyce che ha esposto la sua tesi in proposito sul Corriere della Sera. Gli unici prodotti di esportazione che l’Algeria possiede sono il petrolio ed il gas naturale, che rappresentano la sola fonte di benessere per la borghesia algerina e la minaccia di un embargo potrebbe convincere il presidente Zeroual ad intraprendere altre azioni nei confronti dei terroristi. Per essere efficace però, e qui è il difficile, questa strategia dovrebbe vedere uniti e compatti tutti i grandi Paesi industrializzati. Ma con il Giappone che ha effettuato considerevoli investimenti in Algeria, la Francia bloccata dalla paura del terrorismo interno e l’Italia legata al gasdotto algerino, questa strada appare poco percorribile.
Il governo algerino impegna gran parte delle sue forze nella salvaguardia delle installazioni di gas e petrolio, limitando al minimo le risorse destinate alla protezione della popolazione. La persistenza di enormi interessi economici legati alle esportazioni consente all’Algeria di ignorare gli appelli e le intimidazioni dei Paesi occidentali che, spesso, vengono considerati degli intrusi. In alcuni casi, come nella citata missione dell’Unione europea, vi è stato addirittura un capovolgimento di situazione: infatti, anziché fornire spiegazioni sul terrorismo interno, le autorità algerine hanno formulato alla delegazione europea un’interrogazione sulle gravi lacune dei Paesi membri dell’Unione europea nella lotta contro il terrorismo islamico. Le relazioni tra l’Algeria e l’Unione europea sono tra le più problematiche negli annali della diplomazia internazionale. Dal 1992 in poi non vi è stata dichiarazione o evento diplomatico che non abbia rivelato elementi di discordia o di malinteso tra le due parti. È chiaramente comprensibile, in questo caso, che l’Algeria non abbia voluto accettare il ruolo inizialmente propostole dall’Unione europea. Le ragioni di questo processo sono da imputarsi in gran parte alla profonda crisi politica che vive il Paese e non a considerazioni geografiche. La democrazia algerina sta vivendo le sue pagine più buie. Nessun gruppo parlamentare della Assemblèe Populaire Nationale (il Parlamento algerino) è riuscito ad ottenere lo svolgimento di una sessione straordinaria del Parlamento sulle stragi di Relizane e di Triaret che il 31 dicembre scorso hanno visto trucidati centinaia di civili inermi: il più gran massacro degli ultimi 50 anni. Una tale impotenza riflette sull’occidente l’immagine di una classe politica algerina assonnata, inerme e priva di credibilità per l’atteggiamento ambiguo e corresponsabile assunto davanti al ripetersi dei genocidi che hanno messo in ginocchio la Società Civile. Anche i Paesi arabi insorgono contro questi massacri.
Il Presidente del Parlamento libanese, Nabila Berri, nel suo discorso d’inizio d’anno, ha quasi urlato: "Nessun essere umano, nessun Arabo, nessun mussulmano può e deve tollerare la situazione in Algeria". Hussein Fadlallah, autorità sciita del Libano, sulle pagine del Asharq Al-Awsat ha così ammonito lo stato algerino: "Continuare a rifiutare ogni intervento da parte dei Paesi arabi o occidentali con il pretesto che la sovranità di un popolo non va intaccata è un assunto che legittima la complicità dei governanti algerini con gli autori dei massacri". E intanto Washington, Parigi, Londra, Bonn e Roma intendono attuare forti pressioni sul governo algerino per trovare una soluzione politica ragionevole contro il terrorismo. Le gravi accuse che pesano sull’esercito algerino devono trovare risoluzione in una giusta inchiesta. Il Presidente Zeroual ed il suo stato maggiore avrebbero dovuto attivare un’inchiesta interna per accertare le responsabilità dell’esercito e dei suoi dirigenti in questi massacri, con lo scopo di punire gli eventuali responsabili. Trascinare per lungo tempo una situazione di cui si ignorano i morti trucidati e non si concedono le minime risposte democratiche da dare al popolo algerino è impensabile; ciò sarà proponibile solo se i Paesi europei e gli Stati uniti continueranno ad importare le ricchezze naturali algerine e questo Paese a presentarsi come un partner commerciale affidabile. Per far sì che i dirigenti algerini non continuino più a considerare un’Algeria "utile" ed un’Algeria "del caos" occorre che i partner occidentali attivino l’embargo economico. Privati delle risorse, i responsabili algerini troveranno sicuramente il modo di fermare i massacri. Occorre fare presto. Non è possibile alcun partenariato se il contributo deve essere il sangue di migliaia di vittime innocenti.
Per saperne di più sull’Algeria:
http://www.arab.net/algeria/algeria-contents.html
La popolazione civile presa nella spirale della violenza
http://www.amnesty.org/ailib/intcam/algeria/index.html
L’Algeria a lutto
http://198.168.54.42/nouvelles/dossiers/algerie/
L’Unione europea e l’Algeria
http://presid.fco.gov.uk/news/decs.shtml
La Francia e l’Algeria
http://www.france.diplomatie.fr/
In merito al processo di violenza in Algeria
http://www.megastories.com/islam/world/algeria.htm