"IL DENARO"
31 agosto 1996
Grazie ai giapponesi la mattanza sopravvive
di Michele Capasso
Napoli, 14 agosto 1996. Molti napoletani, passeggiando lungo via Caracciolo, sono attratti da un tonno di oltre 300 chili che viene sezionato ed offerto a "buon peso": una specie di mattanza veloce che consente al fortunato pescatore di racimolare qualche milione. Lo stesso giorno un quotidiano economico londinese spiega in un articolo come mai i giapponesi preferiscano, per il "sushi" dei grandi ristoranti di Tokio, i tonni del Mediterraneo. La motivazione è imputata alla qualità. I commercianti del Giappone fanno incetta dei migliori tonni del Mare Nostrum perché hanno una carne compatta, rossa e sono poco grassi: nonostante i prezzi dei tonni "giapponesi", pescati nel loro oceano, siano inferiori di oltre la metà. La lettura di questo articolo, il tonno "affettato" a via Caracciolo e le recenti visite che, durante il periplo del Mediterraneo, ho effettuato alle vecchie tonnare di Favignana e Carloforte, hanno rievocato nella memoria la storia di questo pesce, i riti antichi legati alla mattanza.
I tonni giungono nel Mediterraneo dai fondali dell’Atlantico alla ricerca di luoghi idonei alla riproduzione. Attraversano lo stretto di Gibilterra ogni anno, in branchi uniformi, si dirigono verso le coste di Sicilia, Sardegna, Corsica, Catalogna, Provenza, Dalmazia e verso quelle delle isole greche e dell’Asia minore. Arrivano solitamente in primavera: alcuni ritornano dopo l’estate, altri restano per sempre nel Mediterraneo. Oltre alle tonnare di Favignana e Carloforte, un tempo ve n’erano molte altre sul Mediterraneo: a Tunisi, in Libia, in Turchia, a Majorca, sulla Costa Brava e del Sol, a Djerba, a Kerkennah e nei vari mari – Ionio, Tirreno, Adriatico, Egeo. Oggi l’economia della pesca del tonno è ridotta al minimo: a parte le due tonnare prima citate, le altre sono scomparse, completamente abbandonate. Nelle tonnare di Favignana e Carloforte, ancora parzialmente attive, sono cambiati gli attrezzi, i tipi di boe e di funi, di reti e d’imbarcazioni, gli arpioni, i ganci ed i rampini, gli argani e le carrucole per trattenere il peso del pesce. Le stagioni della pesca sono sempre le stesse, come pure il santo patrono: San Giorgio. Identici sono i riti e la tradizione della mattanza. I pescatori si riuniscono come un tempo con la loro ciurma scegliendo subito il più esperto tra loro: il "rais". Aspettano l’apparizione dei tonni dai promontori più elevati, dalle alture rocciose dove spesso costruiscono baracche per riposarsi ed osservare: fin quando una corsa "di andata" o "di ritorno" – in funzione dell’arrivo o della partenza dei tonni nel Mediterraneo – non li spinge ad iniziare l’eccitante, spietato spettacolo della mattanza. Non è facile capire come si crea un equipaggio né cos’è che l’unisce. La scelta economica non è determinante per i tonnatori. Molti di loro hanno un lavoro stabile, altri vengono assunti solo durante la stagione e, spesso, per questi ultimi, si tratta del loro unico lavoro.
La tonnara mi è sembrata essere come una "piccola città": con porte, gallerie, atri, corti, viuzze. Vi sono poi locali per mestieri particolari: i tagliatori, i salatori, gli stipatori ed altri legati alla confezione del tonno. Altri spazi di lavoro sono la "loggia", il "tancato", "l’appiccatoio". Anche le reti hanno una loro "architettura": vengono calate in modo da costituire tante camere chiamate "camere della morte". La globalità delle reti si chiama "l’isola" mentre le funi si chiamano "cavi". Le mura de "l’isola" sono costituite da reti mobili con "porte" aperte dove entrano i tonni. L’unica "camera" ad avere la rete anche sul fondo che, alla fine, viene sollevata per tirare su i tonni, chiude la sua "porta": è la camera della morte dove viene preparata la mattanza.
Credo sia di gran lunga più semplice rappresentare una mattanza con le immagini. Le parole sono riduttive. Sulla superficie del mare si vedono grossi tonni: sono imbrogliati nelle reti e soffocano appesi sott’acqua. Appaiono come "scogli" dell’isola, come "colonne" della camera. I corpi dei tonni si agitano urtano tra loro, s’infuriano come impazziti: con balzi e guizzi compaiono e scompaiono tra la schiuma del mare. Il frastuono di colpi, urti, grida, voci, urla e gesti accompagna il rito, mentre il mare si tinge di rosso. È una specie di rito sacrificale. I tonnatori, sudati e affollati, trafiggono e agganciano con spietatezza la preda.
La barca si inclina, le loro spalle si piegano sotto il peso.
La mattanza dura una o due ore, l’evento stesso di più. Continua nella memoria dei protagonisti. La pesca del tonno è assimilabile ad un mito: la lotta, la morte, il trionfo. Spesso ho pensato che il tonno si può paragonare al maiale perché si "utilizza" quasi totalmente: il cuore, il fegato, le branchie date ai gatti ed ai gabbiani. Prima viene la bottarga ed il lattume. La bottarga viene preparata come il prosciutto: salata ed esposta al vento.
Dobbiamo ringraziare i giapponesi se questo antico mestiere ancora minimamente sopravvive nel Mediterraneo e non diventa un "ex" mestiere, sopraffatto dalla legge dei mercati che favorisce i tonni oceanici. I tonnatori una volta cantavano: le loro canzoni erano un misto di parole arabe ed altre ancora di dialetti mediterranei. Anche questi canti sono stati dimenticati. La pesca del tonno sembra destinata ad una propria mattanza.
In un mondo confuso dalla velocità e dall’appiattimento dei media, è importante non perdere la memoria storica. Quando apriamo una scatoletta di tonno, anziché verificare se si taglia "con un grissino", ricordiamoci della storia e del rito, della fatica e della magia legati alla mattanza. Serve anche questo per "unire" i popoli del Mediterraneo ed evitare inutili, stupide "mattanze secessioniste".