"IL DENARO"

7 settembre 1996

Non elemosine al Medio Oriente

di Michele Capasso

Madrid, 5 luglio 1996. Concludendo alcune settimane fa i Corsi sul Mediterraneo all’Università Complutense richiamo l’attenzione degli allievi sulla necessità di porre riparo, con urgenza, allo squilibrio tra la sponda Nord e quella Sud del Mediterraneo. Wijdan Ali, condivide il mio timore e disse: "Da noi in Giordania c’è molta povertà, si lotta per un pezzo di pane. Sull’altra sponda si vive spesso tra lo spreco e l’indifferenza".

Venerdì 16 agosto 1996. A Karak, nel cuore della Giordania, esplode una rivolta: muore una giovane ragazza, centinaia sono i feriti. Il motivo è il prezzo del pane: più che raddoppiato per l’abolizione dei sussidi governativi espressamente richiesta dal Fondo Monetario, non solo per il pane ma anche per altri generi di prima necessità. E non soltanto alla Giordania, ma anche ad altri Paesi della Regione.

In questo lembo di deserto voluto regno da Churchill nel 1946, la rivolta rapidamente dilaga anche ad Amman: il piccolo re Hussein Ibn Talal, da 44 anni al potere, adotta il pugno di ferro e riesce, con un mix di abilità e fortuna, a contenere i rivoltosi evitando un bagno di sangue. Accusa gli uomini di Saddam Hussein per aver strumentalizzato la rivolta allo scopo di vendicarsi dell’asilo dato dalla Giordania lo scorso anno proprio ai generi di Saddam. Della Giordania molti ricordano le bellezze di Petra. Pochi ne ricordano la storia, costruita non solo dalla geografia, dalla politica e dalla religione ma, soprattutto, dal destino.

È un popolo originariamente di beduini ai quali si aggiungono i profughi palestinesi che oggi sono quasi il 70 per cento. Circa metà della gente vive sotto la soglia di povertà. Nacque per volere degli inglesi la Giordania: vollero così ricompensare Hussein Ibn Ali, re d’Arabia e sceriffo della Mecca, bisnonno dell’attuale re, per l’aiuto fornito nella rivolta del 1916 tra gli arabi ed i turchi-ottomani.

Il primo re è Abdullah, già emiro di quella Transgiordania ritagliata dalla Palestina, nonno di re Hussein.

1951, 21 luglio. Sulla soglia della moschea di Gerusalemme, al termine di una preghiera, re Abdullah è ucciso da un terrorista palestinese. Viene colpito anche il sedicenne nipote Hussein che lo accompagna: si salva grazie ad una medaglia che devia il proiettile, oggi incorniciata, come reliquia, dietro la sua scrivania, e grazie alla quale diventa re a soli 17 anni. Prima, però, è costretto a destituire il padre Talal perché schizofrenico. Durante i primi anni di regno fu però sua madre, la regina Zein, la vera reggente. Re Hussein è stato un fortunato "navigatore a vista", nella vita come nella politica: pronto ad effettuare repentine "virate" o pericolose "strambate" non appena il vento mutava direzione. Uno dei motivi è la povertà della Giordania, perché "Allah ha dimenticato di dotarla del petrolio", come ha fatto con l’Iran, l’Iraq, l’Arabia Saudita e con gli altri stati arabi. Quindi una Giordania costretta, per sopravvivere economicamente, a ricorrere agli aiuti esterni, assediabile e ricattabile da "vicini" ben più ricchi e potenti. Ecco quindi re Hussein, difeso nel 1953 dall’inglese Pascià, pochi anni più tardi, nel ’56, cancellare il trattato anglo-giordano, mandar via Pascià ed allearsi con l’egiziano Nasser. Continua così, il piccolo re, tra apparenti contraddizioni: cade nell’equivoco della guerra dei sei giorni – dove perse la Cisgiordania e Gerusalemme –; annienta e cancella migliaia di palestinesi e poi riconosce l’Olp quale rappresentante unico della Palestina; per finire, nel 1990, si schiera con Saddam Hussein ospitando i filo-iracheni, prontissimo, dopo la liberazione del Kuwait, a riallearsi con l’Occidente e con gli Usa. Un re abile nell’arte della sopravvivenza politica, capace di resistere a tre guerre arabo-israeliane, alla guerra civile del 1970 ed alle due guerre del golfo, fino ad assumere un ruolo "pacifista" nello scontro con i Curdi compiuto da Saddam Hussein in questi giorni sollecitando l’intervento militare degli Usa che, puntuale, colpisce Bagdad.

La Giordania deve, forse, all’abilità di mutare rotta del suo re la sua propria sopravvivenza. Ma il nostro "piccolo" re porta sulle spalle un’eredità consistente. Sul suo trono pesa la memoria del suo bisnonno, come il ricordo delle gesta del suo prozio Feisal che liberò, insieme a Lawrence d’Arabia, i deserti occupati dagli ottomani: le memorie di quei tempi ed il coraggio di Feisal compaiono nelle recenti lettere di Lawrence d’Arabia trovate negli Usa, attraverso le quali pare addirittura che lo stesso Lawrence si sia suicidato per "nostalgia" di quei tempi. Non ultima la consapevolezza di re Hussein di essere l’erede hashemita del profeta Maometto. In questo contesto il "piccolo grande" re ha elaborato progetti ambiziosi: diffondere una democrazia araba che sostituisca tirannie quali quelle di Saddam Hussein; divulgare l’idea di pace degli hashemiti in tutto il Medio Oriente; vivere in armonia con Israele e la Palestina all’interno di un mercato arabo comune; trasformare un regno di sabbia e deserti in un’entità economica, tecnologica e culturale da rispettare. L’unico mezzo che re Hussein aveva per concretizzare i suoi disegni era quello di intessere alleanze "granitiche" e durature, rivelatesi, in seguito, più che mai deboli: quella con lo Scià di Persia, che foraggiò la Giordania con petrolio e fondi in valuta; l’amicizia con gli Usa, rivelatasi più teorica che pratica; la riappacificazione con l’Egitto, dopo Camp David; l’appoggio all’Iraq, quando Bagdad rappresentava per l’Occidente lo strumento per contrastare l’Unione Sovietica che aveva invaso l’Afghanistan. Il nostro re usa anche la sua discendenza da Maometto per arginare le "follie" di Khomeini. La fortuna sembra aiutare costantemente Hussein, da quella medaglia del ’51: fin quando l’invasione del Kuwait del 1991 non spinge 400 mila palestinesi ad incrementare la povertà del popolo giordano. Che fare? L’unica via di salvezza è accelerare il processo di pace nell’intera regione e stringere alleanze con Israele. Il progetto del piccolo re appare in questi giorni infranto. La recente rivolta non è solo imputabile al "pane": è la consapevolezza, da parte dei poveri di Giordania, che le nuove contraddizioni in Israele, i malumori e le frustrazioni dei palestinesi, il "mostrare" i muscoli di Saddam Hussein e le generali inquietudini del mondo arabo allontanano la speranza di quei risultati economici che avrebbero dovuto alleviare la povertà in Giordania.

Il re navigatore fluttua oggi in un mare di malcontento la cui radice è più profonda dell’apparenza. La pace con Israele, fortemente voluta da re Hussein, con la speranza e la promessa di risultati economici per la sua gente, appare oggi più distante. Il nuovo leader d’Israele Netanyahu ha metodi e tempi diversi. Non c’è più Yitzhak Rabin a garantire quella pace, che per i cristiani significa "amore", ma che in quella tormentata regione significa semplicemente "evitare la guerra".

Non è escluso, invece, che in questa vigilia di fine millennio possiamo esser vicini a qualcosa di terribile: la dissoluzione del processo di pace in Medio Oriente. Riflettiamo, allora, su quanto Dürrematt disse a Tel Aviv venti anni fa: "L’esistenza dei palestinesi (in Giordania o in Palestina) è possibile solo attraverso l’esistenza d’Israele: se Israele crolla è la loro rovina". Da qui la considerazione che la fortuna dello Stato Ebraico non si può edificare sulla disgrazia della Palestina e della Giordania.

Perseguendo l’attuale politica di egoismo e indifferenza, gli Stati "ricchi" dell’Europa allontaneranno sempre di più le due sponde del Mediterraneo. È indispensabile aiutare quei popoli non con sterili, sporadiche "elemosine", ma con programmi coordinati di sviluppo – culturale, turistico, ambientale, industriale – finalizzati al recupero di ciascuna propria identità.