"IL DENARO"

11 Marzo 2000

 

 

IL CONFRONTO FRA CULTURE E’ FONDAMENTALE

Vanno respinti i fantasmi del nazionalismo che hanno scatenato odio e violenze

di Michele Capasso

A Roma, 9 marzo 2000. Con Shmuel Hadas, membro della nostra Fondazione, parliamo di globalizzazione e commentiamo un testo scritto da Immanuel Wallerstein, direttore della "Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi" e di "Review".

La globalizzazione è un fenomeno che caratterizza il nostro tempo, ma che ha radici profonde. E' un processo che esiste da almeno cinquecento anni che adesso è entrato in una fase chiave: il momento in cui il futuro, lungi dall'essere inevitabile e privo di alternative, andrà definendosi in questo passaggio il cui esito è estremamente incerto. L'analisi esclusiva degli anni novanta non è sufficiente per una significativa lettura della globalizzazione, è necessario fare riferimento ad altri ambiti temporali.

Il periodo che va dal 1945 a oggi è un tipico ciclo dell' "economia-mondo capitalista". La prima fase di questo ciclo ha coinciso con l'apice dell'egemonia degli Stati Uniti nel sistema-mondo e si è realizzata nel quadro dell'ordine mondiale stabilito dagli Stati Uniti dopo il 1945. Allora essi avevano due problemi principali: occorreva un ordine mondiale relativamente stabile per approfittare dei propri vantaggi economici e bisognava ricreare la domanda nel resto del mondo, per avere clienti per le loro imprese fiorenti e produttive. La questione relativa all'ordine mondiale venne risolta in due direzioni. Per un verso fu la creazione di un insieme di istituzioni internazionali, le Nazioni Unite, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale, che gli Stati Uniti potevano controllare politicamente e che fornivano la struttura formale dell'ordine; per l'altro, ed è l'aspetto più importante, gli Stati Uniti raggiunsero un accordo con l'unica altra potenza del dopoguerra dotata di un serio apparato militare, l'Urss: un accordo a cui solitamente si allude con il nome in codice di "Yalta". Certo non furono tutti soddisfatti di questo accordo. In particolare, coloro che rimasero esclusi dai benefici di Yalta furono il terzo mondo nel suo complesso, i Paesi meno favoriti del mondo occidentale e gli stati satellite dell'Unione Sovietica. Per gli Stati Uniti, però, il colpo più duro fu la ripresa economica e il rinvigorimento dell'Europa Occidentale e del Giappone. In breve tempo la crescita della produzione mondiale portò a una saturazione del mercato e a un rapido declino della redditività di molti tra i principali settori industriali. La conseguente crisi nell'economia mondiale fu segnata da due eventi principali: la necessità per gli Stati Uniti di uscire dal regime della parità aurea e la rivoluzione mondiale del 1968.

Il '68 fu scatenato dall'insoddisfazione di tutti coloro che erano stati ignorati dall'ordine mondiale statunitense così ben organizzato. In tutto il mondo, per quanto diversa fosse la situazione locale, ci fu un doppio tema ricorrente: il primo era rappresentato dall'opposizione all'egemonia statunitense e alla corrispondente collusione sovietica, mentre il secondo era la disillusione verso la vecchia sinistra in tutte le sue forme.

E veniamo agli anni settanta. A questo punto l'"economia-mondo" è nel suo lungo periodo di stagnazione e la misura cruciale di questa stagnazione è rappresentata dal consistente calo dei profitti rispetto ai livelli raggiunti nel periodo precedente. Ciò ha una serie di chiare conseguenze: innanzitutto coloro che gestiscono i capitali spostano la ricerca del profitto dall'area produttiva a quella finanziaria; in secondo luogo, vi è un sensibile aumento della disoccupazione in tutto il mondo; in terzo luogo, si verifica uno spostamento significativo dei siti produttivi da aree ad alto salario verso zone caratterizzate da bassi salari. Nello stesso periodo gli Stati Uniti cercarono di mantenere la presa politica sull'Europa occidentale e sul Giappone creando un insieme di strutture consultive come la commissione trilaterale e il G-7. Il centralismo liberale e l'economia d'ispirazione keynesiana andarono rapidamente fuori moda.

Gli anni ottanta, con i fatti accaduti in Polonia, rappresentarono la campana a morte del sistema sovietico dei paesi satelliti dell'Europa centro-orientale. La disintegrazione, per potersi dire completata, aveva bisogno ancora un decennio. L'efficacia elastica degli accordi di Yalta si era sfilacciata a causa della debolezza statunitense e di quella sovietica. Né gli Stati Uniti né Gorbaciov volevano venire meno agli accordi, ma la lunga stagnazione dell'"economia-mondo" li aveva disfatti.

Negli anni novanta la posizione politica statunitense si trovava a essere seriamente minacciata, non malgrado bensì a causa del collasso dell'Unione Sovietica. Saddam Hussein decise di approfittare della situazione "post Yalta" sfidando gli Stati Uniti direttamente sul piano militare. Negli anni novanta l'Europa occidentale ha compiuto il passo avanti essenziale verso l'unificazione con la nascita dell'Euro, raggiungendo in tal modo il necessario appoggio finanziario per sottrarsi agli stretti legami politici con gli Stati Uniti. La frammentazione della zona balcanica ha dimostrato chiaramente l'efficienza estremamente limitata della Nato come forza politica e ha ulteriormente indebolito le relazioni tra Stati Uniti ed Europa occidentale.

L'"economia-mondo capitalista" si è mantenuta come fa ogni sistema, attraverso meccanismi che ricreano l'equilibrio ogni volta che i suoi processi tendono a disfarsene. L'equilibrio non viene creato immediatamente, ma solo se si verifica una sufficiente variazione dalla norma; in ogni caso il ripristino non è mai perfetto. Attualmente non è dato sapere in che modo il sistema evolverà, verso quali direzioni si stabilizzerà. Non è possibile determinarlo in anticipo, poiché è funzione di un'infinità di scelte particolari che non sono vincolate dal sistema stesso. Questo è ciò che sta accadendo oggi nell'"economia-mondo capitalista".

Molto probabilmente l'incertezza è data dall'imprecisione dell'ipotesi di fondo che basa il suo assunto sull'inevitabilità del globale inteso come unicum indistinto. Il percorso da intraprendere sarà quello della creazione di macroaree che devono incontrarsi per stare in equilibrio. Un bilanciamento che non sia dettato solo dai mutevoli cicli economici, ma che venga legittimato dall'essenzialità ontologica del confronto tra culture.

Il Mediterraneo, in tale scenario, acquisterà un ruolo centrale ed il confronto tra culture, fedi, saperi e tradizioni costituirà un elemento di scambio e di risorsa. A condizione che non risorgano i fantasmi di vecchi nazionalismi e di odii che in questi ultimi anni hanno martoriato l'intera regione.