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“IL MATTINO”
27 dicembre 2002


Viaggio intorno al mondo di Carlo Bernari per scoprire la vera identità di Napoli


di Antonio Saccone


Per un mese, dal 21 dicembre 2002 al 21 gennaio 2003, una bella mostra dedicata a Carlo Bernari è ospitata nell’elegante edificio della Maison de la Méditerranée, in via Depretis 130. Le testimonianze, documentarie e fotografiche, del nomadismo esistenziale ed artistico di quello che è, forse, il più europeo dei narratori napoletani del Novecento non avrebbero potuto trovare sede più congeniale. La struttura, nata per iniziativa dell’architetto Michele Capasso, con il patrocinio della Regione Campania, costituisce un vivace laboratorio che promuove ed accoglie iniziative culturali interessate a dar voce ai prodotti più avanzati dell’intellettualità mediterranea, e a sondarne gli agganci con il più generale orizzonte europeo. Dalla mostra (curata con appassionata e rigorosa competenza da Daniela Bernard) esce illuminata la poliedrica attività di Bernari, incluso il lavoro di organizzatore culturale e di giornalista. In tal senso non si può non rimanere colpiti dalle fotografie connesse al reportage che Bernari dedicò al «gigante Cina». L’evento è stato opportunamente preceduto da una mattinata di studio e sarà concluso, a partire dal 20 gennaio, da una rassegna cinematografica. Saranno proiettati al Cinema Modernissimo quattro film a cui Bernari collaborò come sceneggiatore («Sul ponte dei sospiri» di Antonio Leonviola; «Terza liceo» di Luciano Emmer; «Le quattro giornate di Napoli» di Nanni Loy; «L’immorale» di Pietro Germi) e un quinto, «Amore amaro» di Florestano Vancini, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore napoletano.
Attraverso le prime edizioni e il ricco corpus di lettere e foto è possibile ripercorrere il tragitto di uno scrittore a cui va ascritto il merito di aver messo in mora, per primo, l’immagine della Napoli folclorica, assolata, elegiaca trasmessa dalla letteratura tardoromantica e similverista. Tre operai, il romanzo che nel 1934 segna l’esordio narrativo di Bernari, restituisce una metropoli annerita, concentrazionaria, sempre piovosa, inscenata sul fondale dei muri scrostati di una plumbea e fangosa periferia, degli altiforni di Bagnoli, del mare bituminoso: in essa è scomparso del tutto il colore (in senso tematico ed espressivo) ed è subentrato una tetra, dilatata visività che sembra rinviare, secondo il suggerimento proposto da Guido Piovene, ad un modello figurativo, quello formalizzato dalla pittura metafisica di Mario Sironi. Come scriverà un altro napoletano eterodosso e impietoso (Domenico Rea), in un articolo centrato proprio su Bernari: «Tutte le volte che Napoli viene guardata, vista, rappresentata, narrata, indagata a fondo, senza facili connessioni pietistiche o macchiettistiche, Napoli si trasforma in quella che essa è: una città grigia, violentata da secolari ingiustizie, con un piede ancora nella barbarie, nell’idolatria e nella superstizione, una città che è un perfetto mondo compiuto, chiuso come un impenetrabile uovo e di cui, sfortunatamente, c’è ben poco da ridere».

La nuova oggettività, priva di compiacenze naturalistiche e populistiche, in cui la terza persona (per lo più, del presente indicativo) lascia, frequentemente e con svolte impreviste, il posto ad un’aspra e risentita soggettività, determinando una straniante alternanza tra narrazione impersonale e monologo interiore, legittima l’assonanza dell’opera di Bernari con le modalità espressionistiche del romanzo Berlin-Alexanderplatz di Alfred Doeblin e ne segna, per converso, la distonia con la poetica del neorealismo (almeno di quello che s’intende come scuola organica, di gruppo, teorizzata e praticata a partire dal 1948, il cui orientamento sarà rivolto, sul versante politico, all’applicazione dei dettami del «realismo socialista» e, sul versante formale, alla riproposizione di moduli narrativi di tipo ottocentesco, a forme chiuse, organiche e totalizzanti, governate da un narratore onnisciente).

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